L’angolo di Michele Anselmi
«Aho, sto ancora a piagne dalla botta. ‘Sto film racconta ‘a storia mia». Fa tenerezza lo springsteeniano di ferro, vestito un po’ come il Boss: è davvero emozionato alla fine di “Springsteen – Liberami dal nulla”, che esce il 23 ottobre distribuito da 20th Century Studios (intanto stasera, venerdì 10 ottobre, sontuosa anteprima a inviti al cinema Moderno della capitale). Dopo il Bob Dylan di “A Complete Unknown” di James Mangold arriva il Bruce Springsteen di Scott Cooper, altro regista interessante, oggi 55enne, di cui qualcuno ricorderà i notevoli “Hostiles” e “Il fuoco della vendetta”.
Springsteen, classe 1949, è un’icona americana, molto detestata dalla destra repubblicana, specie dal presidente Trump, e tuttavia piantato come pochi musicisti rock, anche per nascita, in quel mondo popolare, tra proletariato operaio e piccola borghesia impoverita, da lui narrato in decine di canzoni, a partire dalla molto equivocata “Born in the Usa”.
Il film non è una biografia in senso stretto, anche se ci sono flashback in bianco e nero legati all’infanzia non proprio felice a Long Branch, in New Jersey. Cooper, partendo dal saggio “Liberami dal Nulla. Bruce Springsteen e Nebraska” di Warren Zanes, isola infatti un anno cruciale nella vita del cantante americano: quello tra il 1981 e il 1982, nel corso del quale vide la luce, contro tutte le aspettative della Columbia Records, il disco “Nebraska”. Personale, doloroso, oscuro, totalmente acustico, nato per «fissare delle idee», con un semplice registratore a 4 tracce portato in una casa in mezzo ai boschi, per isolarsi meglio. Springsteen veniva dalla trionfale chiusura a Cincinnati del tour per il doppio “The River” e il suo amico e manager Jon Landau, d’accordo con la casa discografica, avrebbe voluto subito dare un seguito in chiave rock. Ma qualcosa si ruppe nella testa del musicista. Benché incisa con la band e pronta per essere lanciata come single, la canzone “Born in the Usa” fu messa da parte per un po’, e solo nel giugno del 1984 sarebbe uscito l’album omonimo destinato a sbriciolare ogni record di vendite.
In buona sostanza il film è il racconto di un’amicizia solidale, quella che unì Springsteen e Landau, in un rapporto di riconoscenza reciproca. Sprofondato in una depressione alla quale non sa bene attribuire un motivo, certo non determinato solo dal successo piovuto con “The River”, il musicista entra in una sorta di “oscurità trasparente”, appunto il nulla del sottotitolo, come in preda a un malessere artistico misto a irresolutezza esistenziale. Vuole comporre qualcosa di nuovo, di diverso, più intimo e folk; così, dopo aver visto alla televisione “La rabbia giovane” di Terrence Malick, risalente al 1973, s’appassiona alla vera storia di Charles Starkweather e Caril Ann Fugate, autori di una serie di brutali omicidi sul finire degli anni Cinquanta, tra Nebraska e Wyoming.
Chitarra a sei e dodici corde, armoniche, mandolino e due microfoni, il 32enne Springsteen scrive quelle dieci ballate lente e cupe, spiegando così il progetto che viene definendosi: «Sto cercando di trovare qualcosa di autentico in tutto questo rumore».
Le canzoni sono belle, malinconiche, dentro vi sono echi dei romanzi di Flannery ‘O Connor e suggestioni cinematografiche, non solo “La rabbia giovane” ma anche “La morte corre sul fiume” con Robert Mitchum visto da bambino; ma certo la Columbia vuole altro, hit di successo, non il resoconto di un crollo emotivo. Presto lo scontro, mediato proprio da Landau, il quale capisce quanto sta accadendo all’amico sofferente, rischia di travolgere tutto. Poi, però, si troverà il modo, tecnicamente complesso, di trasportare quelle registrazioni casalinghe sul vinile, mantenendone suono e ruvida freschezza. Il disco, pur uscendo il 30 settembre 1982 senza singoli, interviste e promozione, sarà a sorpresa un successo, arrivando al terzo posto in classifica.
Il film, lungo 120 minuti, è diviso in due piani temporali: l’oggi, ovvero il biennio 1981-1982, che rievoca anche il tribolato legame sentimentale con la dolce cameriera Faye; l’infanzia povera, ovvero il 1957, con quel padre manesco e ubriacone da classica “tragedia americana”. Non tutto funziona nell’andirivieni drammaturgico, qualcosa di didascalico affiora qua e là, forse c’è qualche affondo melodrammatico di troppo. Ma Jeremy Allen White è bravo nel restituire facce, movenze e patimenti dell’appena trentenne Springsteen, pur non assomigliandogli granché (canta anche nell’iniziale “Born To Run”), ben sorretto dagli altri interpreti, che sono Jerermy Strong, Odessa Young e Stephen Graham, ovvero Landau, Faye e il padre Douglas.
PS. Il titolo “Born in the Usa” viene da una sceneggiatura da Paul Schrader inviato a Springsteen nella speranza che accettasse di recitare accanto a Robert De Niro. Il progetto non andò in porto e il testo della canzone prese tutt’altra strada, ma poi Springsteen, per riconoscenza, avrebbe scritto nel 1987 la canzone “Light of Day” per il film “La luce del giorno” (me l’ha detto l’espertissimo Alberto Crespi).
Michele Anselmi