L’angolo di Michele Anselmi

Intervistata da Mattia Carzaniga per “Rolling Stone”, a proposito del suo esordio alla regia con “Breve storia d’amore”, la 46enne sceneggiatrice romana Ludovica Rampoldi ha spiegato: «Come diceva il titolo italiano di quel film di Truffaut, “Non drammatizziamo… è solo questione di corna”. Allo stesso tempo, volevo sì raccontare una storia leggera, ma anche svelare qualcosa di più profondo di questi personaggi che si sono un po’ persi». Il titolo originale francese, meno corrivo, recitava “Domicil conjugal” e certo la neoregista si produce in una citazione impegnativa rievocando, tra le sue fonti d’ispirazione, quella notevole commedia sentimentale del 1970 sulle strettoie matrimoniali.
Intendiamoci: Rampoldi è una brava sceneggiatrice di film e serie televisive, ma temo che la regia poco le si addica. Vedremo come risponderà il pubblico pagante: “Breve storia d’amore”, dopo il passaggio promozionale alla Festa di Roma, esce giovedì 27 novembre con 01 Distribution, producono Rai Cinema e Indigo Film.
La storia ridotta all’osso. Rocco è un sismologo cinquantenne che pratica, per rilassarsi, uno sport chiamato “scacchipugilato” (esiste davvero), strano mix di cervello e cazzotti. Tornando a casa di sera, rimorchia in un bar una bella trentenne, Lea, che ha bevuto troppi gin-tonic e nella vita vorrebbe fare la giornalista sul serio. Tra i due scatta subito qualcosa di erotico, anche se lui si finge riluttante, mentre lei gli fa in macchina: «Stai per baciare una donna e continui a parlare di tua moglie».
La frittata è fatta. Nasce una relazione clandestina che si consuma nelle stanze d’albergo, secondo patti chiari, all’apparenza; e intanto abbiamo fatto conoscenza con la moglie di lui, ovvero l’apprezzata psicoanalista Cecilia che spara al poligono di tiro, e il compagno di lei, pure padre della loro figlia, ovvero il capellone attore di fiction Andrea.
Scommettiamo che, in una sorta di imprevedibile gioco al massacro, tutto giocato sul sesso, il tradimento e le coincidenze, i quattro personaggi finiranno con il ritrovarsi per una spettacolare resa dei conti?
Pesci rossi morti, formiche che escono da una teca e invadono l’appartamento, sismografi come metafore dell’esistenza, battute del tipo «Dopo i cinquanta il colletto alla coreana è un indicatore infallibile» o «Quello che si fa in un albergo non è reale», qua e là un’arietta amorale da operina buffa; naturalmente il tutto diviso in capitoletti, otto, dai titoli eccentrici, con l’aggiunta di canzoni come “All The World Is Green” di Tom Waits e “Sotto il segno dei pesci” di Antonello Venditti.
Mi sbaglierò, ma continuo a pensare “Breve storia d’amore” contenga tutto ciò che rende stereotipato, prevedibile e artificioso buona parte del cinema italiano attuale. Volete degli esempi? Un uso smodato e irragionevole della musica, specie appunto delle canzoni in inglese; una costruzione sceneggiatoria all’insegna della “sorpresona” finale; un utilizzo pigro degli attori, anche di quelli solitamente bravi; l’incapacità di girare scene di sesso che appaiano un minimo verosimili (le nostre attrici si rifiutano di mostrare perfino un seno per nascondersi sotto le lenzuola); l’ambizione di essere universali, parlando di sentimenti amorosi, senza riuscire a scansare i soliti stereotipi romani.
Ciò detto, auguro a “Breve storia d’amore” un buon successo commerciale, dico davvero, perché immagino che il film sia costato parecchio e magari potrà incuriosire il pubblico quarantenne che ha fatto la fila per “FolleMente” di Paolo Genovese disertando il più interessante “Muori di lei” di Stefano Sardo.
Tra citazioni orecchiate e “attrazioni fatali”, faticano un po’ a carburare anche gli interpreti: Adriano Giannini e Pilar Fogliati sono gli amanti, Valeria Golino e Andrea Carpenzano i rispettivi consorti. Da notare il finale liberatorio in barca a vela mentre viene dato alle stampe un romanzo intitolato “Solo i romantici annegano”.

Michele Anselmi