L’angolo di Michele Anselmi 

E dopo “La Grazia” di Paolo Sorrentino arriva “La Gioia” di Nicolangelo Gelormini. La g maiuscola va spiegata: è il nome della sventurata protagonista, Gioia Montefiori, una professoressa di francese, zitella cinquantenne, vessata dai genitori, con la stanza piena di bambole e una passione per “Reality” di Richard Sanderson, la canzone che fece la fortuna del film “Il tempo delle mele” (e viceversa).
Perché sventurata? Alla base c’è un truce fatto di cronaca avvenuto nella cintura torinese, a Castellamonte, nel gennaio 2016. La prof in questione, nella realtà Gloria Rosboch, fu sedotta da un suo ex studente ventiduenne, tal Gabriele Defilippi, al quale al quale offrì tutti i suoi risparmi, circa 187 mila euro, in cambio di una fuga d’amore sulla Costa Azzurra. Ma il giovanotto, un cinico truffatore dalla vita sessuale sconsiderata e promiscua, messo alle strette ricambiò la cortesia strozzando la donna con l’aiuto del patrigno-amante Roberto Obert, infine gettando il cadavere in un pozzo.
Nel passaggio al grande schermo, sulla base di una sceneggiatura di Giuliano Scarpinato, Benedetta Mori e Chiara Tripaldi, a sua volta tratta dal testo teatrale “Se non sporca il mio pavimento”, la fosca vicenda di cronaca nera cambia il nome dei personaggi e si prende naturalmente qualche libertà rispetto ai fatti accaduti.
Capelli corti, naso gibboso, occhialoni da vista e abiti tra tristi e dimessi, Gioia è l’epitome della prof di provincia che non ha più sogni nel cassetto. Ma Alessio, uno studente lavativo di quarta liceo, dedito a sconci commerci sessuali, le piace, la fa sentire donna, desiderabile, pure bella; così, con la scusa di ripetizioni di francese, prende a frequentarlo, fantasticando sull’improbabile legame.
«Cosa voglio fare della mia vita? I soldi» teorizza il giovanotto, sensuale e maledetto, alle prese con una madre squattrinata, una cassiera di supermercato, che non si rassegna ad invecchiare. Insomma, avete capito: non ci mette molto lo scaltro Alessio, detto Alexis, ad assecondare il romantico “bovarismo” della donna, avviando la situazione sul piano inclinato della tragedia…
Il problema di “La Gioia”, a mio parere, sta nel registro drammaturgico scelto da Gelormini, napoletano, classe 1978. Secondo una moda in voga, il film punta sul cinismo feroce dei truffatori e insieme sul goffo candore di Gioia, disposta a tutto pur di evadere dalla prigione familiare. «Sono stata lenta tutta una vita» dice all’amante. Ne esce un romanzo criminale tagliato un po’ con l’accetta, audace nel linguaggio e nelle allusioni erotiche, ma in buona misura incapace di andare oltre ciò che racconta. E dove nessuno si salva dall’abominio.
Valerio Golino fa bene la zitella sfiorita e ribelle, anche lavorando sulla calata piemontese; Saul Nanni s’è specializzato in ruoli da angelo perverso; Jasmine Trinca, Francesco Colella e Betti Pedrazzi completano il cast nei panni della cassiera, del patrigno e della madre di Gioia.
Dopo l’anteprima alle veneziane Giornate degli autori, “La Gioia” esce giovedì 12 febbraio con Vision Distribution, produce Indigo Film. Immagino qualche mal di pancia a Castellamonte, dove il ricordo di Gloria Rosboch è ancora vivo.
PS. Dopo la serie tv “L’arte della gioia” e il film “Gioia mia” sarà il caso di cancellare per qualche tempo quella parolina dai titoli. No?
Michele Anselmi