“Vi odio, cari studenti”. Ma qualcuno – non si sa ancora realmente chi – l’ha odiato così tanto da ucciderlo in quel modo cruento nella notte ormai nota all’Idroscalo di Ostia. “Vi odio, cari studenti. Avete facce di figli di papà. Buona razza non mente” è una delle più celebri poesie, pubblicata nel giugno del 1968, che sintetizza quanto Pasolini nell’Italia sessantottina fosse un intellettuale corsaro, rivoluzionario ed eretico capace di schierarsi in difesa dei poliziotti. “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte con i poliziotti, io simpatizzavo con i poliziotti. Perché i poliziotti sono i figli dei poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano”.
Pasolini non è stato solo il regista della Roma delle borgate e delle baraccopoli. Di quell’altra Roma, che in questi giorni sta crollando e se fosse ancora in vita avrebbe avuto sicuramente un pensiero per quel povero Cristo di Octav Stroici, l’operaio morto per il crollo alla Torre dei Conti ai Fori Imperiali. Quella Roma maestosa, ricca, papalina e barocca. È stato il regista anche dei papponi, quale Vittorio, meglio noto al cinema, come Accattone. Delle mignotte, come Mamma Roma, che sperava in un utopico riscatto e in un’elevazione sociale per sé e per il figlio. Dei poveri Cristi, Ettore o Stracci, che muoiono sulla croce come il Cristo di Andrea Mantegna e come uno dei due ladroni. Degli ultimi e dei diseredati. Di quegli operai che a sessant’anni sono costretti ancora a lavorare.
Scomodo quindi per i figli di papà che lui negli scontri di Valle Giulia non difese. Scomodo anche per il mondo militare, in particolare per suo padre Carlo Alberto Pasolini, Tenente di Fanteria insignito di molte medaglie, che mal tollerava un figlio omosessuale. Scomodo per il PCI, che lo espulse quando era Segretario. Scomodo per il potere, denunciato proprio nella sua ultima pellicola, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, testamento intellettuale del friulano.
Ora, suo malgrado, è diventato un intellettuale omologato. Vittima di quella stessa omologazione, contro la quale il poeta corsaro si è sempre battuto. Nel suo cinquantesimo anniversario, è stato ricordato ovunque, anche al Senato della Repubblica. Ben venga tuttavia questa tipologia di omologazione capace di risvegliare le coscienze sopite, che lui ha sempre stimolato. In una società robotizzata e fagocitata dai consumi e delle tecnologie dell’I.A.
Pasolini incarna quel corvo mangiato da Ninetto Davoli e Totò in “Uccellacci e Uccellini”. In un mondo sempre più dicotomico, diviso tra “Uccellacci e Uccellini”, tra ricchi e poveri appunto, quel corvo adesso non c’è, ma il suo pensiero non è più così scomodo.
Alessandra Alfonsi