Il 16 marzo 1991 è un sabato qualunque a Los Angeles quando Latasha Harlins, giovanissima ragazza di 15 anni, si reca al minimarket vicino casa per acquistare del succo di frutta. Una commissione di pochi minuti si trasforma in tragedia: la proprietaria del negozio crede che la giovanissima ragazza abbia intenzione di rubare quindi le punta una pistola in fronte e preme il grilletto. Latasha muore. Nell’arco di pochissimi secondi la breve vita di un essere umano viene spazzata via e insieme a lei spariscono i suoi sogni, desideri ed ambizioni. L’atrocità dell’evento sconvolge da subito l’intera comunità afroamericana di Los Angeles, specialmente del quartiere di Latasha, South Central, il più povero di tutta la città, abitato quasi solamente da ispanoamericani e afroamericani già indeboliti dalle quotidiane discriminazioni razziali; quando poi termina il processo ci si trova di fronte ad una situazione raccapricciante: una giuria di dieci persone bianche, una ispanoamericana e una filippina decide che cinque anni di libertà vigilata, 400 ore di servizi socialmente utili e una multa di 500 dollari sono la pena sufficiente per questo delitto. Sottolineare l’etnia dei componenti della giuria non è a sua volta un atto di razzismo? no, l’intento è evidenziare la sbilanciata rappresentazione della popolazione americana. Ci sono dolori comprensibili anche quando non si vivono in prima persona ma percepibili nel profondo solo da chi ne è o ne può essere direttamente toccato. È questo il caso della discriminazione razziale, perciò avere una giuria che rappresenta in proporzione l’intera popolazione assicurerebbe un minore rischio di discriminazione, non solo razziale. A love song for Latasha tocca due temi importanti e ricorrenti nel dibattito pubblico americano da diversi decenni: la discriminazione razziale e il possesso di armi. Nonostante gli Stati Uniti d’America siano un continente decisamente multietnico, la discriminazione razziale ha da sempre caratterizzato la sua storia e nonostante le numerose lotte sociali combattute per abbatterla, ai giorni nostri continua ad essere una realtà. George Floyd è un nome che conosciamo tutti. L’uomo medio americano vede nel possesso di armi uno strumento di difesa personale ma storie come quella di Latasha dimostrano quanto sia facile incorrere in errori di valutazione e scegliere di sparare quando in realtà si potrebbe agire diversamente; c’è chi vede civiltà e libertà nel possesso libero di armi, in realtà è esattamente l’opposto: si traduce in un ostacolo allo sviluppo della capacità di dialogare e risolvere dispute in modo sano e sostenibile, si crea una società apparentemente evoluta ma che in realtà è incivile. La strada verso un’umanità unita e solidale è ancora molto lunga, forse non ci arriveremo mai vista la fragilità dell’essere umano e la sua conseguente necessità di sentirsi superiore, come se aprirsi all’altro fosse una minaccia, e non l’inizio della salvezza per tutti. Disponibile su Netflix
Elena Leone