Disney Pixar decide di portare sul grande schermo, quattro anni dopo la sua uscita effettiva sulla piattaforma streaming, un piccolo gioiellino della casa: “Soul”.
“Soul” ha come papà Pete Docter (direttore creativo della Pixar e autore di “Monsters & Co.”, “Up” e “Inside Out”) e rappresenta forse la sua più matura incursione nei temi della psicologia e delle discipline umane. Si tratta di un lavoro ambizioso, che devia dal percorso di cartone animato classico; ciò che si configura inizialmente come la solita storia che invita ad inseguire le proprie passioni si trasforma, progressivamente, in qualcosa di più poetico: l’inseguimento ossessivo dei sogni non è tutto, la vita è (anche) altro.
Il film ha come protagonista Joe, un musicista jazz di mezz’età che non riesce a sfondare nel campo della musica, ma che tuttavia non si arrende, ha passato la vita intera in attesa del suo momento. Quando finalmente un’occasione bussa alla sua porta, però, la tragedia si consuma: Joe cade dentro un tombino e muore.
Da lì, veniamo catapultati assieme al nostro protagonista in differenti dimensioni oniriche, nell’aldilà e in ciò che lo precede, conosciamo entità bizzarre che rappresentano l’Universo ed anime che devono prepararsi ad occupare i loro futuri corpi.
Questo film, dai colori ipnotici tipici delle pellicole Disney, combina divertimento spensierato a riflessioni filosofiche commoventi. All’inizio difatti seguiamo con apprensione le vicissitudini del musicista, capiamo la sua ostinata voglia di tornare sulla terra per fare musica e coronare così il suo sogno, perché anche noi come lui crediamo che l’elemento cruciale per essere anima “degna” debba essere avere un talento, un’abilità, un guizzo di genio. Ma quando Joe, come da consolidata tradizione cinematografica, arriva a vivere il suo epico momento di riscatto con la sua esibizione in un jazz club, non arrivano i titoli di coda, ma, anzi, potremmo dire che è in quel preciso momento che il film comincia davvero e ci dimostra quanto avessimo torto.
Veniamo travolti dalla consapevolezza che non ha senso vivere solo per un momento di gloria, per la consacrazione del proprio essere speciali, perché non ci basterà. O meglio, “Soul” vuole dirci che noi non siamo speciali e non dovremmo puntare ad esserlo. La nostra bellezza risiede nell’essere, solo, umani.
Siamo di fronte ad un elogio della vita, quella che diamo per scontato, lenta, da assaporare il più possibile perché ci dona la possibilità di amare ed essere amati, di aiutare ed essere aiutati, ma anche più semplicemente ci permette di assistere ogni giorno al miracolo delle foglie che cadono da un albero in una speciale giornata d’autunno.
La critica che potremmo muovere a questo film è che esso è adatto più ad un pubblico adulto, che ha superato da un bel pezzo l’età scolare. Ma forse la scelta è consapevole, forse “Soul” è fatto per noi grandi e ci suggerisce di provare a rivestire i panni un po’ stretti del nostro passato, per (re)imparare a prestare attenzione a tutto ciò che, davvero, conta. A quelle piccole cose che, tanto piccole, non sono mai.

Camilla Golia