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Rubin Carter avrebbe potuto diventare il campione del mondo dei pesi medi ed era in grado di “stendere un uomo con un solo pugno / ma non gli piaceva vantarsene più di tanto”, canta Bob Dylan nel suo successo “Hurricane” targato 1976. Nel video per il suo nuovo singolo “Alfa Romeo” la cantante e autrice Niia si trasforma in una lottatrice di arti marziali almeno tanto spietata e micidiale quanto lo era Hurricane nello sferrare i suoi colpi da ko. 

Il maestro illusionista John Mullholland riusciva a far rotolare simultaneamente cinque monete fra le dita. Aveva inventato un gioco di destrezza, un movimento nascosto delle mani con cui far scomparire e riapparire gli oggetti. Anche Niia sa come elettrizzare il suo pubblico utilizzando l’arte dell’illusione e trucchi di magia. Le azioni più eclatanti servono a nasconderne di più piccole. Nel suo nuovo album “Bobby Deerfield” pubblicato il 23 giugno 2023, il cui titolo omaggia l’omonimo film con Al Pacino del 1977 snobbato da pubblico e critica, Niia utilizza la trama del lungometraggio come una cortina fumogena per raccontare in realtà una storia piuttosto diversa. La storia di Niia gira intorno alla figura paterna, al superamento di vecchi rancori e alla vita che continua nonostante tutto. E noi, nel ruolo di ascoltatori, ne siamo catturati.

Venerdì 30 giugno ho condiviso con Niia una lunga chiacchierata sul suo lavoro artistico. Lei conosce bene l’astrologia, io no. Non ho la più pallida idea se quel particolare giorno avesse una qualsivoglia connotazione astrologica. Ma la verità è che mi sono divertito come non mai. 

Niia, ormai seguo la tua carriera da un bel po’ di tempo e ho veramente apprezzato il tuo nuovo album. Da bravo studente, ho persino fatto i compiti per casa e mi sono guardato “Bobby Deerfield” prima dell’intervista.

Oh mio Dio. Cosa hai pensato? Terribile, no? 

Penso che sia un po’ datato per i tempi che corrono. Capisco però come alcune scene ti possano aver ispirato. Ritengo che la signora un po’ squilibrata di cui Al Pacino si innamora nel film risulti alla fine più credibile del personaggio che lui interpreta.

Assolutamente, assolutamente.

Ma parliamo della tua musica. I tuoi album hanno la prerogativa di insinuarsi lentamente nella sensibilità di chi ti sta ascoltando. A volte la musica o la parte strumentale sono solamente accennate. Come se spettasse agli ascoltatori d’immaginarne un possibile sviluppo.

Ritengo che la semplicità sia così difficile da raggiungere. Ora abbiamo davvero tanti strumenti per generare musica e tutti questi apparecchi di registrazione possono dare alla testa. Penso che a volte si debba ridurre tutto al minimo, pur mantenendo un suono completo. È in questo modo che le colonne sonore e le canzoni per i film mi ispirano perché ti conducono da un qualcosa di piccolo, da una sfera intima verso qualcos’altro di eclatante, con sonorità più complete.

Il brano strumentale “Bobby Deerfield” è fenomenale. Mi ricorda i pezzi meditativi che avevi composto sul tema dell’acqua in un tuo album precedente.

L’album a cui stai accennando è stato il mio disco ambient intitolato “Mouthful of Salt”, pubblicato dall’etichetta Offair. Venendo a quanto dici, creare musica senza bisogno del cantato per me è altrettanto appagante in quanto musicista. È vero, suono il pianoforte, so comporre musica ma quando ho fatto quel disco non c’erano molte parti cantate. Si trattava di creare un’esperienza, un mood, un tono attraverso cui immergersi nella musica senza essere distratti da un testo o dalla voce di qualcuno. E per “Bobby Deerfield” ho fortemente voluto che ci fosse un brano dove io non canto, attraverso cui veramente instaurare una modalità di accesso, come se fosse un trailer per un film per il quale avrei composto una colonna sonora. E sì, penso che sia un’ottima cosa se non si canta in ogni singola traccia. Non importa che io sia una cantante. È davvero appagante creare qualcosa che riguarda solo la musica e nient’altro.

Nel pezzo conclusivo “The Moon Is a Beautiful Lonely Woman” uno xilofono conferisce un’atmosfera tipica di vecchio jazz. Io percepisco la storia della musica nelle tue canzoni, le origini del jazz, reminiscenze di vecchi classici, i brani d’epoca. Mi piace in modo particolare il modo in cui li ricombini con la tecnologia moderna e gli stili attualmente in voga per trasmettere un messaggio che abbia qualcosa da dire al giorno d’oggi.  

È così al cento per cento! Sono così contenta che tu abbia detto questo, è esattamente quello che sto cercando di fare. Io sono cresciuta con i vecchi classici ma non vivo in quell’epoca, vivo nel 2023 adesso. Sono ossessionata dall’astrologia proprio come tutti gli altri in questo momento. Devi modernizzare la musica, renderla tua questa roba. Non voglio semplicemente emulare le mie cantanti preferite del passato. Persino nei testi. So che uso parolacce, che impreco in malo modo. Rende il tutto un po’ più fresco, o contemporaneo. Certamente uno dei miei obiettivi è quello di ricordare il passato ma di farlo sentire come se fosse presente e di guardare verso il futuro per quanto posso.

Penso che questa sia la parte più affascinante della tua musica. Io sono cresciuto ascoltando il jazz ma percepisco le nuove vibes nella tua musica. È moderna, è il nuovo linguaggio, il nuovo idioma.

È interessante vedere chi si relaziona alla mia musica. Sai, a volte – e questo mi rende riconoscente del fatto che i miei fan siano di età così mista, così eterogena – a volte ho fan più anziani e a loro piace l’aspetto nostalgico, l’epoca della loro musica, e poi ci sono questi ragazzi più giovani che sono attratti dai testi, o da qualcos’altro. E chiedono “cos’è quello strumento?”. “Beh, è uno xilofono”. Ma per loro è un suono nuovo, pazzesco. Credo davvero che la funzione dell’essere un artista sia educare, cercare di essere freschi ma proteggere ciò che è importante riguardo la musica, la sua provenienza, e renderlo tuo. Così ti ringrazio per la domanda, significa molto per me. Joni Mitchell è stata una grande influenza per questo mio album. È tutta una questione di testi.

Interessante. Una volta Joni Mitchell ha fatto un album jazz insieme a Charles Mingus. Stava cercando di creare un ponte fra generi differenti.

Assolutamente sì. Sai, io amo il jazz, amo l’R&B, il soul, ma mi ero un po’ stancata di tutto questo per un po’. Il disco ambient è stato un mondo totalmente nuovo, per creare qualcosa di diverso, e mi è piaciuto molto. E così mi sono detta che volevo provare a imparare qualcos’altro, infondere un po’ di rock, del folk e persino roba che non mi attribuiresti di primo acchito come la chitarra elettrica.

M’è piaciuto l’assolo di chitarra, quello alla fine di “Alfa Romeo”. E ce ne sono altri in altri pezzi.

Certo. Quello è il suono che non penseresti avrei mai usato. E tuttora mi chiedo “mi piace davvero? Non so”.

A me piace.

Ma crescere è una bella cosa. Un artista deve prendere i suoi rischi. Ecco perché Joni Mitchell e le rock band hanno avuto la loro influenza questa volta. Oltre a portare dentro il jazz e le cose che amo, sempre, qui l’obiettivo era di cercare di creare qualcosa di nuovo, di dare freschezza.

Ricordo che qualche anno fa hai fatto qualcosa come un album di Natale. Amo il gospel e adoro ascoltare i predicatori. Hai mai pensato di fare del gospel?

Ovviamente. Strano che tu me lo stia dicendo perché l’altra sera ero al Blue Note di New York, il locale jazz. Un mio amico vi teneva lì un concerto e ha poi invitato sul palco questa donna che s’è messa a cantare una straordinaria canzone gospel ai limiti dell’assurdo. E mi son detta “devi ritornare alla musica da chiesa”. Il gospel annovera alcune tra le voci migliori e i migliori cantanti al mondo. Quanto vorrei farlo, ma è una tecnica difficile. Penso che potrebbe essere la mia nuova meta. E devo darmi da fare e imparare l’italiano una volta per tutte! Dammi solo un anno!

Sai cosa significa “niia” in italiano per le vecchie generazioni?

No, cosa?

Significa “servizio militare”, “coscrizione obbligatoria”.

Che buffo! Significa servizio militare o è il servizio militare?

Quand’ero giovane era obbligatorio. Dovevamo passare un anno nell’esercito. In quel periodo la coscrizione veniva chiamata “naja” (stessa pronuncia di “niia” in inglese).

Quanto mi piace, così drammatico!

Così se parli con un anziano e gli dici “ciao, sono Niia”, lui potrebbe non avere grandi ricordi di quel periodo.

Questa è proprio un fatto curioso.

Sia il tuo nuovo single “Alfa Romeo” che il film “Bobby Deerfield” racchiudono ricordi del padre e della famiglia dei protagonisti. Alla fine del video della tua canzone c’è il padre che dice cose su di te paragonandoti forse a un coltello a serramanico o a una spina nel fianco. E ci sono accenni alla figura paterna nel film. C’è qualcosa che vorresti dire riguardo a questo?

Ora ti racconto come tutto ha avuto inizio. Al Pacino, okay? Tutti amiamo Al Pacino. Per noi italo-americani è il padre putativo, no? Pensavo di conoscere ogni suo singolo film. E poi l’ho conosciuto ad una proiezione.

Fammi capire bene. L’hai incontrato di persona?

Sì, lui. Al Pacino.

In carne e ossa? L’hai potuto toccare?

Era una cosa reale, giuro che stavo andando completamente fuori di testa. E penso di avergli detto “mia madre è italiana, sei la nostra ossessione, avremo visto Il Padrino non so quante volte”. Chiaro no, lui è l’uomo che fa per noi! Ed è davvero un figo e mi ha detto “Ok, guarderemo insieme il mio film preferito fra tutti quelli in cui ho recitato: Bobby Deerfield”. E io ho pensato “di che cazzo sta parlando? Quale film? Non ne ho mai sentito parlare”. E lo guardiamo, ed è terribile. Voglio dire, non proprio terribile ma non è il classico film che ti aspetteresti da Al Pacino. Dopo la proiezione lui ha cominciato a raccontare perché il flop commerciale di quel suo film lo avesse devastato. Al tempo pensavano che gli avrebbe rovinato la carriera. Lui lo trovava un film stupendo e pensava che gli avrebbe permesso di essere finalmente preso sul serio. E per le situazioni in cui mi trovavo nella mia vita ho continuato a pensare a quel film dopo che me n’ero andata, a quello che Al Pacino stava dicendo e come l’insuccesso gli avesse spezzato il cuore. E ho capito a che punto ero nella mia vita. Stavo giocando un po’ troppo sul sicuro. Avrei forse dovuto fare un altro album fotocopia di “La Bella Vita”? Cosa avrei fatto la prossima volta? E allora ho capito che dovevo fare la mia versione personale di “Bobby Deerfield”. Potrebbe essere un disastro ed essere del tutto frainteso ma pur sempre qualcosa che ho bisogno di fare per me stessa. E mentre ci stavo lavorando il personaggio Bobby Deerfield ha iniziato a rivelarsi a me sempre di più, un personaggio drammatico a cui non gliene può fregar di meno dell’altra gente, un po’ ma soltanto un po’ com’ero io in quel periodo. E ho iniziato a intuire che, wow, Bobby Deerfield era una sorta di metafora per mio padre. Gli ostacoli e i percorsi nelle nostre vite contro i quali non si vuole andare a cozzare. E io amo mio padre, essere italiani e essere famiglia sono una cosa sola, ma cominciavo a capire che stavo acquisendo alcune cattive abitudini tipicamente sue che non voglio per me stessa. Hai sicuramente presente il detto “è tutta suo padre” o “è tutta sua madre”. E ho compreso che non voglio essere come lui. Voglio imparare e crescere. E il fattore corse nella Formula 1 nel film e Al Pacino e tutto il resto hanno acquisito un senso compiuto fino a dirmi che dovevo rompere col passato e correre il più velocemente possibile verso una nuova direzione. Ma in una gara di Formula 1 in realtà non si fa altro che girare in tondo. Così di fondo c’erano queste metafore e questi simboli sull’identità, chi sei, da chi provieni e come puoi diventare te stessa. Penso che mio padre fosse l’ultima persona che avevo bisogno di affrontare da un punto di vista personale per approdare al tipo di persona che sono adesso e che voglio essere. E pensare alla natura, alla luna e alle stelle mi ha aiutato a capire quello che stavo attraversando. E nella canzone è il mio padre vero quello che senti parlare.

Wow. È lui?

Sì, il mio vero padre. Attraverso questo album ci siamo molto riavvicinati ora. Lui era un po’ impaurito, del tipo “quanto hai intenzione di rivelare riguardo al mio comportamento di merda”? “Sai cosa papà”, gli ho detto “è per la mia arte e devi fartene una ragione”. Ma alla fine è diventato tutto…

Una catarsi?

Sì, esattamente. Che poi mi sembra sia il vero significato di ciò che è la musica in generale. Non ne avevo la più pallida idea che sarebbe andata così. Il tutto si è rivelato da sé.

Credo sia saggio per un artista non giocare sul sicuro. E tu hai fatto “Bobby” Deerfield. Ma prendi “Bobby” Dylan che a un certo punto era l’eroe della comunità folk e poi ha abbandonato tutti con la svolta elettrica. S’è fatto un mucchio di nemici ma ha avuto ragione. E poi lo chiamavano l’eroe della ribellione e lui, ebreo, s’è convertito al cristianesimo. Riesci a immaginare? Voglio dire, bisogna sempre seguire il proprio istinto.

Mi sono avvicinata a Dylan tramite i suoi testi. Io studio voce, così per me mentre crescevo l’importante era la qualità della voce degli artisti. Ma non mi piaceva Bob Dylan. E non mi piaceva la sua voce. “Non sa cantare, è terribile”, dicevo. Crescendo ho iniziato a capire che non conta solo l’accuratezza, quanto bene tu canti, o qual è il timbro della tua voce. Lui è un artista di tutt’altro tipo. E ho iniziato a leggere i suoi testi e ora potrei starmene tutto il giorno lì a leggere i suoi testi. Adesso quando lo ascolto apprezzo in maniera completamente diversa l’artista che lui è in effetti. Prima il mio atteggiamento era “ma come, non sa raggiungere le note alte!”. Voglio dire, è una fonte di ispirazione, e questo è il motivo per cui artisti come Bob Dylan e Joni Mitchell precorrono i tempi. Io faccio quel che faccio nel tempo che per me ha un senso, credo, ma alcuni dei miei fan hanno reazioni del tipo “hey, cosa stai facendo?”. Ma bisogna prenderseli i propri rischi. La crescita è importante. E se la mia musica avrà successo quando sarò morta, fantastico! Vuol dire che forse avrò precorso i tempi.

Dai, è un po’ troppo presto per parlare della tua morte. In ogni caso, tocchiamo ferro. Adesso mi piacerebbe parlare di un tuo precedente brano strumentale che adoro, “Mullholland”. Ora è giunto il turno per me di prendere rischi perché questa è una domanda fuori di testa. “Mullholland”, come molte delle tue canzoni, è molto atmosferica. Ha qualcosa a che fare con il film di David Lynch “Mullholland Drive”? Adoro il pianoforte in quella canzone. Lo sapevi che è esistito un celebre mago di nome John Mullholland, morto nel 1970, che si specializzava in trucchi di magia con le monete? Nel film “Bobby Deerfield” ricordo che la protagonista femminile chiede ad Al Pacino, mentre stanno guardando un mago che si esibisce in trucchi di magia con le monete, “pensi che ci sia il trucco? Pensi che ce la farà?”. La moneta ricompare poi in un’altra scena con due lesbiche che ballano. Il film addirittura termina con l’esibizione del mago sul palco. Tutti questi elementi riguardanti la magia con le monete, David Lynch e Mullholland Drive erano in qualche modo nell’anticamera del tuo cervello quando componevi la canzone o fanno solo parte di una mia stramba fantasia?

Mi sento come se tu mi conoscessi. Sono introversa, un po’ timida. Ma, come nella caccia alle uova di Pasqua, mi piace collegare le cose senza dirlo alle persone. Io vivevo in Mullholland Highway. Questo era il motivo originale. E poi ho amato il film “Mullholland Drive” di David Lynch. Non sapevo nulla del mago ma ti dirò questo, che mi piace fare trucchi con le cose che compaiono nei miei video e allora, sì, lo puoi senz’altro dire quello che hai appena detto.

Dacci un’occhiata: John Mullholland, famoso per i trucchi di magia con le monete.

Lo farò. Ottima osservazione.

Ora mi autociterò per leggerti qualcosa che avevo scritto su Leonard Cohen tempo fa. Forse vale anche per la tua musica. Nel film “Bobby Deerfield” la protagonista femminile è pazza, in un certo senso, ma ci vede chiaro attraverso le cose. Suzanne, la protagonista dell’omonima canzone di Leonard Cohen, è “mezza pazza”. C’è paradossalmente qualcosa nelle tue canzoni che riesce a tirarmi su di morale. Qualcosa di simile mi accade quando ascolto Leonard Cohen i cui lavori, contrariamente a quanto si dice in giro, non hanno nulla di deprimente. Semmai è vero il contrario. Se ti senti giù di morale ti prendono per mano, ti accompagnano nel percorso fino a farti risalire in superficie, e non ti lasciano più. “Anthem” rimane tuttora il miglior antidoto alla smania del perfezionismo che sia mai stato pubblicato: “Dimentica la tua offerta perfetta / C’è una crepa in tutte le cose/ È così che entra la luce”. Ripeto: la luce, ovvero la nostra salvezza, filtra attraverso le crepe e le inadeguatezze, non quando ci riteniamo nel pieno delle forze. Infatti, Cohen ha sempre proposto la sua opera come un “manuale per convivere con la sconfitta”. Tu stai scrivendo un manuale per convivere con la sconfitta, Niia?

Sì, di sicuro! Ovvio. Lascia che ti dica che sono lusingata per questo complimento. Penso che come artista questo sia il mio lavoro. E penso che Leonard Cohen sia una grande fonte di ispirazione. Quando sono turbata io ascolto lui. Lui mi salva dal baratro.

Mi cura.

Totalmente. Non so se hai ascoltato il mio ultimo EP, si chiamava “If I Should Die”. E cantavo “cosa mi succederebbe / se dovessi morire”. Ma queste sono le cose a cui la gente pensa. Vogliono sentire del conforto per ciò di cui hanno paura e penso per questo che volevo raggiungere la sensazione per cui tu puoi essere qualsiasi cosa tu voglia essere anche se è devastante quando le persone intorno a te ti infliggono un grosso dolore. Le persone che ami di più sono quelle che riescono a farti più male degli altri. Ma puoi fare qualcosa riguardo a ciò, e stare bene. Puoi trovare te stesso attraverso tutto ciò. Ma se vuoi avere dei buoni testi devi passare attraverso il dolore. Ottima domanda, la adoro.

“Bobby Deerfield” è anche un viaggio in macchina attraverso l’Italia. È questo che ti ha attirata verso il film?

Penso di sì. Ho così tanti ricordi dei viaggi con la mia famiglia nella campagna italiana. Prendevamo sempre un’auto in affitto a Roma o in qualche altra parte, e si partiva. Persino durante il Covid, quand’ero a Los Angeles, l’unica cosa che potevo veramente fare per scappare a volte era entrare in macchina, mettere in moto e partire. Io e la guida abbiamo davvero stretto amicizia. Da sempre è stato così e ancor di più quando col passare degli anni mi sono trasferita a Los Angeles. In macchina ascolto musica, faccio tutto quello che devo fare in macchina. È il mio posto sicuro.

Hai mai sognato di recitare? Secondo me ce la faresti bene.

Certo che sì. Recito ogni singolo giorno della mia vita. Sono quasi andata a scuola di recitazione. La scelta era tra recitare e cantare ma ero così innamorata del canto. Certo che voglio recitare. Penso sia qualcosa che mi verrà facilmente. Ma è pur sempre un mestiere, che va imparato. Bisogna essere connessi con i propri sentimenti, e io non faccio altro che questo.

“Night Ride”, la traccia numero tre, ha un bel groove. “Sick in My Mind” ha un altro bell’assolo alla fine.

Mi piace che la musica, come tu dici, si sviluppi in ritmi diversi, mood e toni differenti. Come se ciascuna canzone andasse per i cavoli suoi indipendentemente dalle altre. Puoi trovarci uno pezzo lento con la sua strana bellezza e poi improvvisamente una canzone veloce. E in un certo senso potresti chiederti “ma com’è che tutte queste cose acquisiscono un senso messe insieme?”. Ma l’insieme assomiglia proprio a un viaggio in macchina. Quando guidi presto la mattina il sole sta sorgendo, e ti cali in un’atmosfera del tutto diversa. La canzone che ascolti mentre il sole sta sorgendo è diversa da quella che ascolti mentre il sole tramonta oppure è l’una di mattina e hai voglia di ballare. Puoi ascoltare ogni genere di musica nella tua macchina. E allora anche questo mi sembra importante, i vari tipi di groove, gli stili differenti, ciascuno a seconda delle varie emozioni che puoi provare in un viaggio sulla strada.

Forse il fatto che tu sia imprevedibile è una delle tue forze. E l’imprevedibilità ti definisce. Sono stato molto carino con te finora, ma adesso terminerò con una critica e ti farò una domanda difficile, okay? Quello che sto per dire non è qualcosa a cui stavo pensando mentre ascoltavo il tuo nuovo album. È qualcosa che risale a tempo fa. Ricordo che stavo ascoltando il brano che hai menzionato prima, “If I Should Die”, che comunque è una bella meditazione sul tempo che scorre accompagnata da un canto spagnolo e un notevole riff di chitarra elettrica alla fine. Spero che tu non ti offenda.

No. Procedi pure.

Se posso individuare un limite nei tuoi testi è che sono prevalentemente orientati alla dimensione intima del “tu ed io” in una relazione, all’insoddisfazione di uno dei due partner, e solitamente l’insoddisfatta sei tu. Hai mai pensato di ampliare la prospettiva, magari cercando di affrontare temi globali o spirituali con la tua scrittura? O continui a preferire l’approccio base perché dopotutto, a conti fatti, il mondo sarebbe un posto migliore se soltanto fossimo in grado di risolvere i nostri rapporti interpersonali?

Questa è una grande domanda perché ero stanca di scrivere di me stessa e dei miei ragazzi. Pensavo che questo album “Bobby Deerfield” sarebbe stato il mio disco alla Dylan. Pensavo di essere pronta, che avrei scritto su cosa succede nel mondo. Persino scrivere sulla natura mi riesce difficile. Ecco perché in questo album è stata una vera e propria sfida scrivere della luna e delle stelle senza riportare sempre tutto a me stessa. Mi trovo ancora in una fase che se non ho una qualche connessione personale mi riesce difficile scrivere. Un enorme traguardo per me sarebbe di riuscire a fare quel passo in più per scrivere in maniera più universale, scrivere di quello che accade intorno, scrivere persino in maniera più astratta, sulla natura, e tirare me stessa fuori dall’argomento. E penso che quel che è successo è che quando ho iniziato questo album questo era il mio obiettivo, ma poi ho capito che “oh merda! C’è ancora una persona che si pone in mezzo nel mio percorso”, e quella persona era mio padre. A modo mio sto ancora cercando di sbarazzarmi di alcuni miei casini personali per approdare su un nuovo terreno e crescere come scrittrice. Questo è il mio vero sogno, credo. Ecco perché artisti folk come Dylan, Joni Mitchell e Crosby Still & Nash hanno tanta influenza su di me, mi spingono a lavorare di più. Scrivere una canzone su una stella: questo è difficile per me. Quest’album ha impiegato fin troppo tempo ad uscire perché non riguardava necessariamente un ragazzo che mi ha spezzato il cuore. Ma è pur sempre a proposito di “te e qualcuno e di sentimenti”, così sì, spero proprio che quella sia la direzione in cui porterò i miei testi. Ma è dura, mi riesce davvero difficile. Penso sia dovuto al fatto che sono cresciuta cantando canzoni jazz che parlano solo di pene sentimentali, e di te e di me e del mio cuore. Imparare a scrivere diversamente è senza dubbio una tecnica che dovrò esercitare.

Penso che se tu lo facessi sarebbe una vera svolta. Darebbe quel valore aggiunto alla tua arte e la renderebbe ancor più universale.

Assolutamente sì. E non so se questo è vero per quanto riguarda la musica italiana adesso nel pop, ma tutto è diventato così confessionale negli ultimi due anni. Una vera e propria tendenza nel pop, diventare confessionali nei pezzi rap, del tipo “tu hai detto…io ho fatto…” Tutto è diventato letterale, senza più niente di metaforico.

Mi piace molto quando ci sono altri strati, possibili approfondimenti. Tu non mi dici tutto e io lo devo indovinare, devo scoprirlo da solo. Magari mi sbaglio, ma lo sforzo valeva la pena.

Penso che questo ritornerà. Ed è da lì che vorrei iniziare per cambiare prospettiva, diventare più poetica. E quello che dici, sono felice che tu l’abbia detto! È uno dei miei obiettivi. Dovrò forse scrivere di un qualche moroso per il resto della mia vita? No!