L’angolo di Michele Anselmi

Ci siamo giocati anche John Woo. Il 77enne cineasta cantonese, dopo quattro film cinesi, l’ultimo dei quali, “Manhunt”, risale al 2017, è tornato a girare una storia di ambientazione americana, anche se realizzata a Città del Messico. Woo è cineasta oggetto di un culto sfegatato, e in effetti film come “A Better Tomorrow”, “The Killer” o “Face/Off” restano impressi nella memoria, come esempi di polizieschi capaci di elevarsi sul genere di riferimento: per gustose invenzioni di stile, un certo lirismo simbolico misto all’odore del sangue, senso del movimento e montaggi estrosi.
Tutto ciò che manca a “Silent Night – Il silenzio della vendetta”, che esce giovedì 30 nelle sale targato Plaion Pictures. Però almeno un’idea c’è, e la si deve allo sceneggiatore Robert Archer Lynn: un film d’azione, fitto di sparatorie e inseguimenti, a tratti frenetico, un po’ modello “John Wick”, ma quasi completamente muto, il che non capita spesso in questo tipo di “revenge movie”, cioè storie di vendetta (ricordo solo “L’angelo della vendetta” di Abel Ferrara).
L’escamotage si spiega così. L’eroe suo malgrado, un padre laborioso con maglioni pacchiani che accanto alla moglie ha appena visto morire il figlioletto il giorno di Natale a causa di una sparatoria tra gang rivali, viene quasi subito colpito alla gola dal feroce boss nero che lo crede morto. Invece l’uomo, che di cognome fa Godlock, sopravvive, ma con le corde vocali spappolate. Potrebbe usare un laringofono a pile per parlare ma è troppo avvilito: smette di lavorare, si dà all’alcol, passa le giornate a letto, anche la moglie lo molla.
A quel punto l’orgoglio, finito sotto i piedi, batte un colpo: l’uomo, comunque un marcantonio, si arma, approfondisce le tecniche di autodifesa/offesa e si prepara, il Natale dopo, a diventare un novello “giustiziere della notte”, ramo “The Punisher”.
Il problema principale di “Silent Night”, il titolo gioca con la condizione del personaggio e il celebre canto natalizio, è che l’attore svedese Joel Kinnaman non è proprio all’altezza del cimento: non ha la faccia giusta e non possiede il carisma necessario. Due difetti non da poco in un film poco o per niente parlato. E pensare che in “The Informer” di Andrea Di Stefano, del 2019, aveva mostrato ben altre qualità interpretative.
Naturalmente, molto autocitandosi per il deliziare i suoi estimatori, Woo si concentra sui dettagli simbolici, gioca col palloncino rosso sfuggito dalle mani del ragazzino, filma un pappagallino verde e fa volare la solita colomba, fa risuonare all’infinito un carillon e usa le palle dorate da discoteca per riflettervi visi e ricordi. Ma insomma… Tutto suona un po’ vuoto e manierato, pure vagamente insensato; però la musica di Marco Beltrami bombarda l’azione sostituendosi giustamente alle parole (quelle poche dette sono dimenticabili).

Michele Anselmi