L’angolo di Michele Anselmi

Dei sette (7) film italiani che arrivano nelle sale giovedì 30 novembre francamente mi sento di consigliarne solo uno: “Palazzina Laf”. Segna l’incoraggiante esordio alla regia dell’attore Michele Riondino, classe 1979, tarantino doc. Distribuito dalla Bim e prodotto da Carlo Degli Esposti e Nicola Serra, gli stessi di “Cento domeniche”, il film è un’altra storia operaia, e bisogna riconoscere alla Palomar il merito di non seguire l’onda corrente, anzi di raccontare pezzi d’Italia che il cinema e la serialità tv sembrano considerare “obsoleti”, marginali, poco accattivanti. Non è così.
L’acronimo Laf contenuto nel titolo significa Laminatoio a freddo. Siamo infatti all’interno dell’Ilva di Taranto, nel 1997; da tre anni il gruppo di Emilio Riva ha preso in mano il grande complesso siderurgico prima gestito dalla mano pubblica. La palazzina in questione ospitava un tempo gli impiegati di quel cruciale reparto, ma la nuova proprietà ne ha fatto una specie di triste luogo di confino, controllato da guardie giurate: lì vengono “reclusi”, per non fare nulla durante tutta la giornata, lavoratori di alto livello professionale oggetto di un insinuante mobbing, affinché si licenzino o accettino un umiliante demansionamento.
Tutto vero, ci fu anche un processo, chiusosi nel 2006 con la condanna del “patron” Riva e di due collaboratori per “violenza privata e frode processuale”. Il film rievoca la vicenda assumendo il punto di vista di Caterino Lamanna, un giovane operaio del settore batterie incarnato appunto da Riondino.
Allergico al sindacato, con casa sgarrupata e fidanzata albanese che vorrebbe sposarlo, Lamanna è una specie di “Mimì metallurgico”, parente stretto insomma del personaggio che fu interpretato da Giancarlo Giannini. Lui non vuole storie, neanche le continue “morti bianche” paiono scuoterlo, e anzi si sente lusingato dalle attenzioni che gli rivolge il dottor Giancarlo Basile, cioè Elio Germano. “Fatti un giro e dimmi quello che succede, tu ci devi solo tenere informati” minimizza il potente galoppino del padrone. In cambio Lamanna ottiene una vecchia Panda aziendale, riceve la qualifica di caposquadra, ma soprattutto finisce nella Palazzina Laf, dove “ci si gratta le palle tutto il giorno senza fare niente”.
Solo che i “laffizzati” stanno tutt’altro che bene dopo mesi di inedia retribuita: alcuni danno di matto, altri meditano vendette, in un mix di scenate, depressioni, preghiere e piccoli vandalismi. A quel punto che farà Lamanna, continuerà a fare la spia o comincerà a scuotersi da quel torpore?
Come ha scritto la collega Paola Casella, si racconta “la parabola di un Giuda inconsapevole che è a suo modo anche un povero Cristo”. In effetti, lo spunto religioso torna in un’allucinazione notturna che immerge il tormentato protagonista dentro una fosca processione religiosa.
A differenze di Loach o dei fratelli Dardenne, sempre coerenti nella messa in scena, l’esordiente regista Riondino esagera un po’, per i miei gusti, con le musiche di Teho Teardo e non sempre trova l’equilibrio tra realismo e grottesco; ma “Palazzina Laf” è comunque un film da vedere, duro e convincente, anche onesto nel descrivere l’umana debolezza di quei 79 poveracci resi improduttivi per nove mesi di seguito in modo piegare il loro orgoglio e farli aderire alle richieste padronali.
“Ma vi siete mai chiesti perché accanto alla più grande acciaieria d’Europa non ci sta nemmeno una fabbrica di forchette?” si chiede uno degli esiliati durante una di quelle giornate umilianti riempite di noia. E nessuno sa rispondere.
Riondino, che è di quelle parti, infonde verità, anche vocale oltre che fisica, al confuso operaio finito in un meccanismo infernale, aggravato dall’inquinamento che moltiplica i tumori e uccide le pecore nelle campagne circostanti. Mentre Germano è mellifluo e insidioso quanto basta per risultare il cattivo perfetto. Ma tutto il cast è ben scelto: da Vanessa Scalera ad Anna Ferruzzo, da Fulvio Pepe a Paolo Pierobon, da Gianni D’Addario a Domenico Fortunato. Alla base del copione, firmato da Riondino insieme a Maurizio Braucci, c’è il libro “Fumo sulla città” dello scomparso Alessandro Leogrande.
PS. E oggi? L’unico punto d’incontro effettivo tra le due anime dell’ex Ilva — cioè il socio privato ArcelorMittal, con il 62% del capitale, e quello pubblico Invitalia, con il 38% — è stata la richiesta al presidente uscente Franco Bernabè di congelare le dimissioni in attesa che si trovino almeno 300-320 milioni per continuare a tenere in moto la macchina aziendale.

Michele Anselmi