La Mostra di Michele Anselmi | 15
Ormai circonfuso da un’aura di italica cine-genialità, il 53enne Luca Guadagnino ha portato oggi in concorso alla Mostra il suo “Queer”. L’anno scorso, benché invitato, dovette saltare il turno causa scelta dei produttori di fare uscire molti mesi dopo il suo “Challengers”; stavolta invece nessun problema, anche perché coproduce Lorenzo Mieli, insieme al regista, e distribuisce Lucky Red.
Magari non tutti sanno che “Queer” è termine inglese, forse derivante dal tedesco “quer”, usato in chiave dispregiativa per definire gli omosessuali; infatti quando Adelphi pubblicò nel 1998 l’omonimo romanzo di William S. Burroughs scelse come titolo, a scanso di equivoci, “Checca” (l’edizione del 2014 invece è tornata alla parolina originale). Guadagnino spiega di aver letto il libro da adolescente e di aver sognato a lungo di trasporlo sul grande schermo, riuscendovi solo ora anche grazie alla complicità di Daniel Craig, il defunto 007 deciso a cimentarsi con il ruolo scomodo e impegnativo di Burroughs (1914-1997), uno dei padri scandalosi della Beat Generation. Il quale scrisse quelle pagine fortemente autobiografiche tra il 1951 e il 1953, senza immaginare che solo nel 1985 il libro sarebbe stato pubblicato.
Siamo a Città del Messico, ricostruita a Cinecittà, appunto nel 1951. William Lee, alter ego dello scrittore, vaga per quella che più tardi avrebbe definito “Interzona”, alla ricerca da giovanotti da rimorchiare. Rivoltella alla cintura, abito bianco stazzonato, occhiali trasparenti e cappelluccio in testa, Lee frequenta locali sordidi, bazzicati da una fauna putrescente, annoiato dalla piccola comunità americana, come una specie di picaro alieno. Beve di brutto e si “buca” volentieri, come in un lucido delirio autodistruttivo.
Finché non adocchia il giovane e aitante Eugene Allerton, che pure frequenta una donna, ma nel quale Lee riconosce la preda perfetta. Oddio, l’uomo sembra reticente, non particolarmente coinvolto, eppure il corteggiamento alla fine funziona: i due si ritrovano insieme a letto e forse dentro una specie di amore che comincia ad unirli (più nel film che nel libro).
Diviso in tre capitoli e un epilogo, per complessivi 135 minuti, “Queer” è Guadagnino che “guadagnineggia” senza più freni (del resto la sua società si chiama Frenesy), sulla base di un copione vergato da Justin Kuritzkes. Dentro c’è di tutto: la mania di Burroughs per le armi da fuoco, la preparazione e il rito della siringa nel dettaglio, la copertina bene in vista sul tavolo del romanzo “Appointment in Samarra” di John O’Hara (1934), i bicchierini di mescal e tequila mandati giù come acqua, gli sguardi d’intesa al bar tra omosessuali, l’intimità nuda e vorace, subito accompagnata dal fumo della sigaretta, un certo palpito romantico…
Guadagnino ripete nelle interviste di aver girato, con “Queer”, il suo film “più audace, personale e astratto, sospeso tra fantasie, allucinazioni e realtà”. Ogni tanto viene da pensare a “Il pasto nudo” di David Cronenberg, anche se il regista siciliano preferisce riferirsi al cinema sfavillante di Powell & Pressburger. Francamente le scene di sesso gay, benché molto favoleggiate sui media, non mi paiono così esplicite, s’è visto ben altro in film d’autore sul tema, anche se Daniel Craig (Lee) e Drew Starkey (Allerton) parecchio si spogliano e mimano.
Non saprei invece dire se “Queer” cresca nella seconda parte, quella itinerante, che porta i due amanti, o presunti tali, nella giungla dell’Ecuador, alla ricerca del mitizzato “yagé”, una radice con proprietà psicotrope che una buffa sciamana/scienziata somministra loro: sarà lo spunto per una lunga sequenza di sballo terrorizzante, quasi di fusione fisica, oltre le cosiddette porte della percezione.
Però almeno succede qualcosa, in vista del sottofinale che allude, ma bisogna saperlo, a quanto accadde davvero a Città del Messico: quando Burroughs, estraendo dalla tasca la sua Star 380 automatica, giocò a fare il Guglielmo Tell con la moglie Joan Vollmer, che restò tragicamente uccisa (ma lei non si vede mai nel film).
Intendiamoci: Guadagnino ha talento visivo e senso dello spettacolo, ma, un po’ come Sorrentino, tende a “firmare” ogni sequenza, come se dovesse aderire a un canone estetico. Per non dire dell’uso, certo meditato ma a mio parere sconsiderato, che fa sia della musiche, di nuovo composte da Trent Reznor e Atticus Ross, sia delle infinite canzoni sparate a ogni cambio di scena, tra le quali spunta a sorpresa anche una languida cowboy song.
Michele Anselmi