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Gli anni amari di Mario Mieli, rockstar del movimento gay. La Lega contro il film (in sala)

L’angolo di Michele Anselmi

Doveva uscire nei cinema giovedì 12 marzo, dopo l’anteprima alla Festa di Roma 2019, e già allora quelli del quotidiano “La Verità”, sia pure sotto l’incubo del Coronavirus, avevano preso di mira “Gli anni amari” . Ricordo un commento di prima pagina dell’ultrareazionario Francesco Borgonovo, secondo il quale Mario Mieli sarebbe stato solo “un cattivo maestro”, in quanto “profeta del pensiero Lgbt nel nostro Paese”, addirittura “un teorico della pedofilia”. Mieli morì suicida il 12 marzo del 1983 a Milano: quella data di uscita non era stata scelta a caso.
Adesso, quattro mesi dopo, il film di Andrea Adriatico è arrivato in qualche rara sala italiana (a Roma all’Uci Cinema Porta di Roma e al Madison), sempre con I Wonder Pictures. Francamente non mi pare “un santino” omosex, benché la Lega di Salvini abbia cercato di orchestrare una ridicola cagnara politica attorno ad alcuni finanziamenti pubblici, Mibac e Regione Emilia Romagna, ricevuti dal progetto, in ogni caso a basso costo. Come se fosse un’offesa al pubblico pudore rievocare la figura di Mieli, che fu acceso attivista del movimento omosessuale, certo personaggio trasgressivo, controverso, in bilico tra Marx e Freud, vistosamente effeminato nel trucco e negli abiti, psichicamente instabile, ma comunque centrale nel rivendicare nuovi diritti e spazi di libertà contro quella che definì un’omologazione “eteronormativa”.
Un po’ alla maniera di “Milk” di Gus Van Sant, Adriatico ricostruisce il percorso umano e politico di Mieli, partendo dal luglio del 1970 per arrivare alla tragica fine del 1983. La cavalcata biografica parte dalle prime provocazioni al liceo Parini di Milano per allargare lo sguardo su questo rampollo della ricca borghesia milanese, penultimo di sette figli, mal sopportato dal padre industriale, quietamente compatito dalla madre. “Tu ti occupi di filati, io di filosofia” risponde al genitore che non sa più come prenderlo; e intanto il giovane Mieli, citando lo Stephen Dedalus di Joyce, vive le sue “notti brave” a parco Sempione, frequenta i locali gay, vive amori promiscui, a Londra scopre David Bowie e il Gay Liberation Front, aderisce al “Fuori!”, litiga con Angelo Pezzana, fonda i Collettivi omosessuali milanesi, scrive il saggio “Elementi di critica omosessuale”, teorizza “la natura ermafrodita dell’erotismo”, scopre e lancia il cantautore Ivan Cattaneo.
Il film, scritto dal regista insieme a Stefano Casi e Grazia Verasani, è povero ma non misero, molto colorato, piuttosto schematico, spesso sopra le righe nella recitazione generale. L’idea è di restituire l’aria del tempo: infatti echeggiano canzoni come “Non mi rompete” del Banco del Mutuo Soccorso, si vedono le pagine di “Re Nudo”, sentiamo alla radio le cronache sul ritrovamento di Aldo Moro.
Non era simpatico Mario Mieli, o almeno il film non si preoccupa di addolcire la figura di questo performer/intellettuale dedito a scardinare ogni equilibrio, anche personale, a dar comunque scandalo, come quella volta che andò ai cancelli dell’Alfa Romeo, conciato come una diva in tuta bianca e tacchi alti, per intervistare gli operai sull’omosessualità.
Per ovvie ragioni “Gli anni amari” troverà un’accoglienza speciale presso il mondo Lgbt: Mieli fu a suo modo un precursore, tra luci e ombre, e proprio per questo certe sue asprezze non vennero capite o apprezzate.
Nicola Di Benedetto si immerge con dedizione fisica nella vistosa e teatrale gestualità del personaggio, forse esagerando sul piano vocale, almeno ad osservare certe interviste dell’epoca al vero Mieli; mentre Antonio Catania e Sandra Ceccarelli incarnano i due genitori sospesi tra rabbia e rassegnazione, soprattutto preoccupati di evitare la pubblicazione con Einaudi dell’autobiografico e imbarazzante “Il risveglio del Faraone”.

Michele Anselmi

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