Negli ultimi anni, il cinema e le serie tv si sono fatti portavoce di una visione più inclusiva, e “Goyo”, una produzione argentina diretta da Marcos Carnavale, si inserisce perfettamente in questo filone.
Il film, disponibile su Netflix dal 5 luglio, racconta la storia di Gregorio Tornero, un uomo con la sindrome di Asperger, la cui vita, contrariamente a ciò che molti potrebbero immaginare, è ricca e appagante. Goyo trascorre le sue giornate in armonia con i suoi due fratelli: una sorella pianista e un fratello chef. Lavora come guida al Museo Nazionale di Belle Arti di Buenos Aires, dove l’arte, per lui, non è solo un lavoro, ma una passione che permea ogni istante della sua esistenza. Tutto cambia però il giorno in cui si innamora di Eva, una nuova guardia di sicurezza del museo. Questo amore porterà Goyo a confrontarsi con emozioni e situazioni che non aveva mai vissuto prima.
Sembra essere un film di emozioni autentiche, dove affezionarsi al protagonista risulta semplice, nonostante la difficoltà nel comprendere appieno le sue emozioni, così intense ed irruente. La pellicola riesce a catturare la visione del protagonista, permettendo allo spettatore di entrare in una prospettiva unica, a cui forse non si era mai avvicinato prima. Tuttavia, il film non si limita a mostrare la visione di Goyo, ma esplora anche come la società percepisce chi è affetto da disturbi simili, e lo fa per mezzo dei personaggi che lo circondano. La sorella di Goyo, pur essendo amorevole, tende ad essere eccessivamente protettiva, quasi soffocante, vedendolo come vulnerabile e non del tutto autosufficiente. Al contrario, il fratello lo considera e lo tratta come chiunque altro, senza fare differenze, un approccio che, sebbene inclusivo, può talvolta generare incomprensioni. Infine c’è Eva, che inizialmente, non essendo a conoscenza della condizione di Goyo, lo tratta con durezza, riflettendo l’atteggiamento di chi fatica ad accettare la diversità. Col tempo, però, pentendosi del suo comportamento, sviluppa un senso di pietà, per poi infine innamorarsi di lui, forse attratta proprio dalla sua unicità.
Analizzando il rapporto tra Goyo ed Eva, sembra esserci una netta distanza tra i due: lui vive in una casa lussuosa, circondato da familiari premurosi, fa il lavoro che ama e coltiva le sue passioni, come il nuoto; lei, invece, svolge un lavoro che ha trovato per necessità, vive in una casa modesta ed è circondata da una famiglia disfunzionale. Ma ciò che li unisce è una profonda solitudine e il bisogno di essere compresi. Questo contrasto sembra voler dimostrare che, nonostante le differenze, tutte le persone sono accomunate dalla natura umana e dai sentimenti universali che ne derivano. Il film si pone l’obiettivo di ridurre la distanza tra chi soffre di disturbi e chi no, ma soprattutto di restituire dignità a una categoria di persone che spesso viene rappresentata nella maniera sbagliata.
“Goyo” non è un film rivoluzionario, né si distingue per una narrazione particolarmente brillante; la sua trama si sviluppa in modo lento e non rientra tra quei film che si guardano per un interesse specifico o per passare il tempo in una domenica piovosa. Tuttavia può avere un valore significativo per la società. È uno di quei contenuti che, insieme a molti altri, contribuisce a promuovere l’amore per l’inclusività. Forse, alla fine, sono proprio questi film a gettare le basi per i cambiamenti più profondi.
Francesca Ganzinelli