L’angolo di Michele Anselmi
«Da’ retta a me. Aricordete che chi vince la battaglia con la coscienza ha vinto la guerra dell’esistenza»: così il palazzinaro fascistoide Romolo Catenacci, cioè Aldo Fabrizi, all’avvocato socialista Gianni Perego, cioè Vittorio Gassman, nel film “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola. Non sono nostalgico del cinema che fu, ma oggi che ricorre il mezzo secolo di quel capolavoro della commedia italiana (usciva nelle sale il 21 dicembre del 1974) mi chiedo: perché i nostri sceneggiatori non sono più in grado di scrivere una battuta così? Semplice ed elementare, allo stesso tempo profonda e universale. In quel caso era farina del sacco di Age, Scarpelli e dello stesso Scola.
***
Ho parlato così tante volte di questo film, visto la prima volta a 19 anni, che non saprei più che cosa aggiungere. Ricordo a memoria dialoghi, situazioni buffe e amare, trovate di stile, sfondoni verbali, il passaggio dal bianco e nero al colore sull’asfalto dipinto dal madonnaro, la canzone partigiana inventata da Trovajoli e Scola, i riferimenti spiritosi alla drammaturgia di Eugene O’Neill, “il re della mezza” (porzione), le foto-tessera con lei che scivola dal sorriso compìto al pianto straziante, le musiche e gli omaggi, il rimpianto e il disincanto, soprattutto il senso di una riflessione anche autocritica sulla storia, la politica, il cinema, l’invecchiare, la corruzione morale e fisica.
***
Tuttavia, con l’età, mi capita di ripensare specialmente a una scena in sottofinale, con gli attori invecchiati dal trucco. Non è certo la migliore del film, ma contiene un toccante dialogo sull’amore caduco tra Gianni e Luciana. Lui, avvocato ricco e squalo, ormai vedovo, fa alla donna, rivista dopo tanto tempo insieme agli ex amici, sicuro di piacerle ancora: «Per tutti questi anni non ho fatto altro che pensare a te». E lei replica candidamente: «Eh, ma io no». Lui mente. Lei no. «Io ho sempre pensato che un grande fosse un grande amore» aggiunge lui. «Oh sì, certo, ma ormai sono cose passate» minimizza lei. Di colpo il miserabile Perego, preso per un posteggiatore di piazza del Popolo, sembra cadere in pezzi. S’accorge di essere definitivamente solo e dimenticato.
***
Recita un epigramma fuggitivo dello scomparso Sandro Bajini: «Mete. Essere un uomo di vasti disinteressi». Capita anche a me. Non nel senso di disinteressarmi a ciò che mi accade attorno, specie alle diseguaglianze e alle storture, ai razzismi e alle sopraffazioni, ci mancherebbe altro; ma a suggerire quel senso di rassegnazione, non sempre quieta in verità, che comincia a mordicchiare la carne e il cervello con l’arrivo della maturità avanzata, quando tutto sembra farsi difficile, poco fluido, naturale.
Sarà anche per questo che, di fronte alle strettoie dell’esistenza o agli incidenti di percorso, insomma alle scocciature piccole e grandi che guastano un moderato tran-tran fatto di passioncelle varie e sostenibili, mi trovo spesso a rispondere (a me e agli altri): «Boh!». Proprio alla maniera del dialogo memorabile, e vagamente surreale, che chiude “C’eravamo tanto amati”.
***
Come ho già raccontato qualche volta qui su Facebook, nel suo finale di partita Scola amava ironizzare sul tempo che passa e l’abbassarsi progressivo delle attese, dicendo, con felice battuta, che «con l’età ci si commuove anche per una cotoletta ben fatta». Il dialoghetto sul boh, tra scherzoso e filosofico, che mette a confronto Nino Manfredi, Stefano Satta Flores e Stefania Sandrelli subito dopo aver visto l’amico ricco/infelice Vittorio Gassman buttarsi in piscina dentro il villone ormai vuoto di voci e sentimenti, ecco quel dialoghetto riassume meglio di qualunque altra riflessione un certo approccio nei confronti della vita ancora da vivere. Almeno secondo me.
Ricorderete forse: qui sotto, nel link, c’è tutta la sequenza straordinaria. «Che conclusione è Boh? Una conclusione ambigua…» fa l’intellettuale squattrinato. «Ambigua ma aperta» replica il portantino comunista promosso infermiere. Appunto: il Grande Boh!
Michele Anselmi