Ci sono storie che non dovrebbero mai cadere nell’oblio, storie che segnano la coscienza collettiva e che, a distanza di anni, ancora interrogano su verità mai del tutto chiarite. “Il Nibbio”, diretto da Alessandro Tonda, riporta sul grande schermo la vicenda di Nicola Calipari, il funzionario del SISMI che, nel 2005, sacrificò la propria vita per proteggere la giornalista Giuliana Sgrena, appena liberata dopo un mese di prigionia in Iraq. Il film non è solo un omaggio alla memoria di un uomo, ma un thriller politico capace di fondere la tensione narrativa con la dimensione più intima del protagonista, mostrando il lato umano dietro il mediatore, il marito e il padre. La sceneggiatura evita la retorica e la glorificazione, ricostruendo con rigore i ventotto giorni che precedettero il tragico epilogo, dalle complesse trattative per la liberazione della giornalista alle difficili decisioni prese nei corridoi dei servizi segreti italiani, fino alla sera del 4 marzo 2005, quando Calipari venne colpito a morte dal fuoco amico di una pattuglia americana. Se il cinema italiano ha spesso rinunciato al filone del film-inchiesta, “Il Nibbio” sceglie un approccio diverso, concentrandosi su un ritratto umano che prende la forma di una spy story dal ritmo serrato. La messa in scena alterna le sequenze più concitate dalle trattative, gli spostamenti, i contatti con gli intermediari fino a momenti di vita privata che restituiscono un ritratto tridimensionale di Calipari, un uomo guidato da un profondo senso del dovere, ma anche un marito affettuoso e un padre presente. Claudio Santamaria offre un’interpretazione intensa e misurata, riuscendo a rendere con grande credibilità il carattere del protagonista, mai sopra le righe appare come un uomo pragmatico, razionale e determinato, ma allo stesso tempo capace di empatia e umanità. Accanto a lui, Sonia Bergamasco interpreta Giuliana Sgrena, trasmettendo con il suo corpo e la sua espressione il terrore e lo sfinimento della prigionia. Anna Ferzetti, nel ruolo della moglie di Calipari, aggiunge profondità al racconto, incarnando il dolore e la dignità di una donna che ha visto il proprio marito partire per una missione da cui non è mai tornato. Uno degli aspetti più interessanti del film è la scelta di non approfondire la dimensione geopolitica, lasciando in secondo piano le responsabilità politiche e militari per concentrarsi sulla vicenda personale. Questa scelta, da un lato, evita il rischio della spettacolarizzazione o della retorica politica, ma dall’altro potrebbe lasciare insoddisfatti coloro che avrebbero voluto un affondo più incisivo sulla verità ancora irrisolta di quel tragico evento. In conclusione “Il Nibbio” è un film che emoziona e fa riflettere, un’opera che restituisce dignità a una figura che il tempo rischiava di relegare ai soli libri di storia. Non è solo un thriller ben costruito, ma anche un monito su quanto, ancora oggi, alcune verità siano lasciate nell’ombra.

Lisa Napoleone