L’angolo di Michele Anselmi 

“Muori di lei” significa poco o nulla, mi pare solo una suggestione, anche nell’omaggio evidente a una canzone rock dei Verdena, 2007, intitolata “Muori Delay”, come “ritardo” in inglese. Essendo pure musicista oltre che sceneggiatore e regista, Stefano Sardo, ex presidente dell’associazione 100autori, avrà pensato che fosse un titolo ideale per attrare i giovani spettatori. Vedremo se funzionerà.
Distribuito e coprodotto da Medusa, “Muori di lei” esce giovedì 20 marzo, e immagino che fioriranno paragoni con il recente “Gioco pericolo” di Lucio Pellegrini. Per fortuna il film di Sardo è meno pretenzioso e più divertente, nonostante la schidionata di citazioni che trapuntano i pensieri dell’io narrante: tal Luca Messico, un professore liceale poco più che quarantenne e piuttosto irrealizzato. L’idea della storia è di giocare in modo impertinente con le giravolte del destino, tra sesso, tradimento, irresolutezza e lockdown. Sì perché il film ci riporta proprio alla sera del 9 marzo 2020 quando il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, decretò in televisione il «tutti a casa» (ma tranquilli, il film non è sulla pandemia, semmai è “nella” pandemia).
Lo sconfortato Luca e sua moglie Sara, alle prese con un’incipiente fecondazione assistita, ospitano nel bell’attico romano il padre di lei, un ricco specialista dell’inseminazione, e la sua nuova compagna molto più giovane. Il clima è nervoso, il primario non fa che umiliare Luca e ricordare a Sara che in ospedale, dove lei lavora, si guadagna poco: meglio le cliniche private.
Proprio mentre Conte sta per dare il ferale annuncio, qualcuno suona alla porta di casa: è una ragazza straniera, bella e sexy, che ha preso una stanza nel B&B sullo stesso pianerottolo. Ha il telefono scarico e non ricorda a memoria il codice d’ingresso. Luca la fa entrare, il tempo di ricaricare lo smartphone, e noi abbiamo già capito che Amanda, questo il suo nome, incasinerà per bene la vita del prof durante il lockdown che sta per partire.
Dentro una cornice da thriller guardone, in bilico tra atmosfere noir e affondi buffi, Sardo e il co-sceneggiatore Giacomo Bendotti costruiscono un film di circa cento minuti che maneggia più generi, puntando sull’Assurdo che regola le esistenze. Avrete capito che Luca, dopo aver sbirciato la cubana sexy dalla finestra del suo studio, le indica il terrazzo condominiale per ballare e fare esercizio fisico, mentre un sax nei paraggi suona “Bella ciao”. I due non tardano a finire a letto, tanto Sara, estenuata dai turni ospedalieri, è sempre fuori casa. Ma quando la mettono in quarantena tutto diventerà più arduo per i due amanti, anche perché lui si sente in colpa e ogni tanto un tizio manesco e armato raggiunge Amanda.
In “Muori di lei” si sprecano le strizzatine d’occhio. Al filosofo tedesco Peter Sloterdijk, al film “Le mille luci di New York” (Amanda era il personaggio centrale incarnato da Phoebe Cates), alla musica dei CCCP, a Charlie Chaplin che teorizzava «La vita è una tragedia vista in primo piano, una commedia vista in campo largo», al John Lennon di «La vita è quello che ti accade mentre sei occupato in altri progetti». Si parla anche di Netflix, Prime Video Pornhub, e del resto la prima vera battuta del film recita: «Questa storia è cominciata come si comincia un quadro, con uno schizzo» (si vede lui che si masturba per procurarsi il seme necessario a ingravidare la moglie, forse).
Troppo? Decisamente sì, eppure “Muori di lei”, anche per il tono birichino e amorale che custodisce, in un crescendo paradossale di eventi, ha il pregio di farsi seguire volentieri. Sardo tiene sveglia la curiosità dello spettatore, concentrandosi sulle umane contraddizioni del povero prof: debole, senza apparenti ambizioni, tormentato dal ricordo di un padre eroe, innamorato della moglie e insieme pericolosamente attratto dalla cubana.
Mi pare che Riccardo Scamarcio renda bene il maldestro agire di Luca, mentre il versante femminile, stereotipato quanto basta nella logica del racconto, è appannaggio di Maria Chiara Giannetta (la moglie) e di Mariela Garriga (Amanda), con il rincalzo di Paolo Pierobon nel ruolo dell’avido chirurgo sciupafemmine. C’è una sorpresona in sottofinale, un po’ alla Blake Edwards di “Micki e Maude”. Ma non aggiungo altro.

Michele Anselmi