Non mi capitava da tempo di assistere al concerto di una band per me sconosciuta e venirne catturato dalla prima nota suonata all’ultima. È successo a Roma lo scorso 23 maggio presso L’Asino che Vola, dove si sono esibiti i Nimby, gruppo calabrese fondato nel 2009. Esordiscono nel luglio di quell’anno in un festival organizzato con tutte le band della zona calabrese jonica. I festival più importanti calabresi dedicati alla musica indipendente rock li hanno toccati tutti, mi raccontano. Il primo EP, autoprodotto, esce nel 2010. Segue nel 2013 un album registrato al Musaba, l’incantevole museo laboratorio in provincia di Reggio realizzato dall’artista sordomuto Nik Spatari. Lì in foresteria registrano con uno studio mobile avvalendosi della guida di Fabio Magistrali, già produttore di Afterhours e Marta sui Tubi. Nel 2016 i Nimby iniziano un nuovo percorso insieme a Manuel Fusaroli – produttore tra l’altro di Nada, Tre Allegri Ragazzi Morti e Zen Circus – dando vita a “Nimby II”, il secondo album la cui copertina sfoggia un originale quadro a olio su tela di Andrea Grosso Ciponte, artista dell’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro, composto proprio durante l’ascolto delle tracce del disco. La copertina vince il premio Best Art Vinyl del 2018. Seguono alcuni cambi di formazione che conducono alla lineup attuale e all’uscita del nuovo album “Barbarie” realizzato durante il Covid tra una zona rossa e una zona arancione.
La mia conversazione con i Nimby è stata piacevole e coinvolgente. Alla fine abbiamo voluto “macchiarla” con una ciliegina sulla torta, come ha chiosato il frontman Tommaso, addentrandoci in un confronto sulla situazione israelo-palestinese. Non inganni comunque la divergenza di opinioni emersa tra me e i Nimby (acronimo di Not In My Back Yard, “non nel mio cortile”), perché la mia stima e il mio entusiasmo nei loro confronti rimangono immutati.
Intanto complimenti. Mi è proprio piaciuto il live. Ho visto qualcosa di particolare. Stavo per usare la parola “coinvolto” ma in realtà io mi sentivo avvolto durante il concerto, avete una maniera di avvolgere il pubblico. È una cosa di cui siete consapevoli oppure no?
Tommaso: È una cosa di cui stiamo maturando la consapevolezza nel momento in cui abbiamo questi riscontri. Il fatto che tu ce lo dica è un feedback importante. In generale quando suoniamo riusciamo sempre a coinvolgere qualcuno, a fare due chiacchiere dopo il concerto, a confrontarci sulle storie che raccontiamo, su quello che vogliamo dire, sulle intenzioni che mettiamo nella nostra musica. E questo, al di là delle difficoltà oggettive a trovare degli spazi soprattutto fuori dalla Calabria nei quali esprimerci, è un qualcosa che ci gratifica. Non dico che ci fa trovare la forza perché la forza ce l’abbiamo a prescindere credendo in quello che facciamo, però ci dà un ritorno che ci consente di dirci che allora facciamo bene. Non che siamo bravi, ma che facciamo un qualcosa che ha valore.
Aldo: Vorrei aggiungere una cosa sull’avvolgere. Suoniamo da quindici anni e puntiamo molto al sound. Siamo consapevoli degli strumenti che utilizziamo e dei suoni che gestiamo durante il live. I nostri brani ci consentono di avvolgere quindi siamo contenti che tu abbia utilizzato proprio il termine “avvolgente” perché è una cosa che avvolge già noi stessi. Mentre suoniamo ci sentiamo avvolti da questo suono e condividere questa sensazione è positivo.
Tommaso: È un po’ come la sensazione di essere suonati più che di suonare.
Tu dici, Tommaso, “ci crediamo”. Prima di iniziare l’intervista Aldo mi ha detto “noi non vogliamo essere gli artisti della domenica”. Significa appunto che ci credete. Significa – forse sto esagerando – avere una missione, una vocazione? Questa convinzione magari richiede dei compromessi, magari ognuno di voi ha il proprio lavoro. C’è il desiderio da parte vostra di fare solo musica a tempo pieno?
Tommaso: Penso che in realtà il discorso del lavoro a tempo pieno rispetto alla musica sia un qualcosa che più che togliere in qualche modo arricchisce. Dipende ovviamente dal lavoro che fai, ma io non mi sento solo un musicista.
Vince: Nessuno di noi è soltanto un musicista. Tutti noi abbiamo altri lavori paralleli. Rendendo quello della musica un lavoro a tempo pieno può venir meno la vena sincera e naturale che abbiamo nel comporre le canzoni. Farlo per lavoro ti obbliga forzatamente a dover scendere a dei compromessi con qualcuno.
Manuel: Lo stesso vale nell’esprimerci dal vivo. Rendendo la professione musicista come un lavoro di tutti i giorni probabilmente non suoneremmo con la stessa efficacia che abbiamo avuto nell’ultimo live.
In fondo diventa una routine pure quella.
Aldo: Sì, esatto. Diventa costrittivo. Tutti i lavori sono costrittivi. Io sono molto critico nei confronti del concetto del lavoro, pure la musica può essere costrittiva. Se vissuta in maniera costrittiva può venir meno quell’esperienza pura della condivisione. Per carità, ben venga un successo che ci spinga a condividere con sempre più persone la nostra musica! Ma siamo sempre consapevoli che anche grandi musicisti, soprattutto in contesti come quello italiano, sono costretti a fare altri lavori per campare e svolgere tante commissioni nel mondo della musica e dello spettacolo per sopravvivere.
Manuel: Ovviamente ben venga l’opportunità se dovessimo avere una serie di date in tutta Italia.
Tommaso: Non è che non lo vogliamo fare!
A proposito del vostro percorso avete detto, sul palco, che a un certo punto avete imparato a cantare in italiano. Se ho capito bene i pezzi più vecchi del vostro repertorio sono in inglese, poi c’è stata la metamorfosi o la svolta verso l’italiano. Com’è maturata questa decisione?
Tommaso: È stata una mia esigenza, quella di potermi esprimere con la lingua che sento vicina, con la lingua del cuore. Quando canti in una lingua che non è la tua e che comunque non padroneggi come se tu fossi un madrelingua o come uno che con l’inglese ha una dimestichezza di alto livello, ti nascondi sempre un po’ dietro le parole mentre invece la parola serve per palesarti, non tanto per nasconderti. Ho provato a scrivere in italiano. Ho iniziato a guardarmi un po’ dentro, a ricercare le parole, a innamorarmi della parola, di come mi risuonava, delle cose che mi faceva sentire. L’ho proposto agli altri e abbiamo deciso insieme di provare a percorrere questa strada. Essenzialmente la motivazione è quella di essere più vicini a sé stessi. I nostri riferimenti musicali sono totalmente internazionali nel senso che quasi nessuno di noi ha una band italiana, un artista, un cantautore italiano a cui si ispira direttamente. Abbiamo tutti ascoltato musica italiana in maniera molto residuale nella nostra vita, Ci rendiamo comunque conto di scontrarci un po’ con lo scotto di subire da parte di alcuni critici degli accostamenti musicali dai quali sentiamo davvero lontani.
Come costruite il vostro tappeto sonoro?
Vins: Lo strutturiamo in funzione alla canzone. I riferimenti, come si possono sentire, sono abbastanza anni novanta però con il basso abbiamo cercato di dare una linea abbastanza semi funkeggiante come succede nel brano “A terra” nella parte tribale oppure delle venature vagamente progressive, rock progressivo anni settanta in “Plasma denso”. Altri riferimenti non me ne vengono perché l’impostazione è stata anche un po’ pop, soprattutto in “Montevideo”, perciò non ci sono particolari tecnicismi di cui vale la pena parlare.
Aldo: Pur essendo un gruppo italiano ci teniamo tantissimo ad avere un nostro sound. Spesso all’inizio ci siamo definiti psichedelici quasi prog per la complessità delle strutture perché i brani partivano spesso da lunghe session di improvvisazione in fase di registrazione. Il modo di approcciarci alla musica ora è cambiato perché cerchiamo di essere contestuali all’argomento trattato nei testi. Un’altra cosa importante che può essere utile per capire la nostra carriera e vita da musicisti è che abbiamo collaborato con un poeta che si chiamava Franco Dionesalvi, adesso non c’è più. Prima della sua scomparsa nel 2022 ci aveva coinvolti in spettacoli di musica e poesia. Abbiamo cercato di affrontare la lingua italiana come l’avrebbe affrontata un musicista degli anni sessanta che trovandosi in un territorio vergine ha dovuto prendere spunto dai contesti circostanti per poter riadattare quello che sentiva oltreoceano in un linguaggio suo.
Tommaso: In realtà la poesia di Franco c’ha ispirato molto.
Vins: Se posso aggiungere qualcosa all’excursus storico che stiamo facendo, va detto che nel 2022 è subentrato Manuel al basso grazie al quale siamo riusciti a costruire questa specie di suono avvolgente, tornando alle parole di prima.
Si vede comunque che siete rodati dal vivo. Si nota che suonate a memoria. Vins poi oltre a suonare la batteria canta pure, e con un fior fiore di voce!
Vins: In realtà sarei solo cantante. Ma nasco come batterista.
Manuel: Per quanto riguarda il sound io tendo comunque a mantenere il mio sound personale che come avrai sentito è abbastanza avvolgente, è il termine perfetto per descriverlo. Ho cercato di dare un suono del basso che potesse arricchire brani che prima di me erano già stati impostati da un altro bassista, che aveva fatto un gran lavoro. Ma ho voluto dare la mia impronta.
Sei tu che rendi il tutto più avvolgente.
Manuel: No, è la magia di tutti e quattro. Sicuramente il basso incide molto.
Aldo mi diceva, prima di iniziare l’intervista, che suonare insieme ha un effetto moltiplicativo. Tutte queste cose da soli non le si raggiunge.
Aldo: Non puoi raggiungere quella ricchezza di contributo musicale se suoni da solo, a meno che tu non sia un Billy Corgan che ha delle idee piuttosto chiare. La forza di una band è un qualcosa da preservare secondo me nella nostra società, di una band che lavora insieme e non sta al servizio di un compositore e basta. La magia di una band è unica, è un bene che va conservato.
Ho visto il video di “Summer” fatto con il regista Matteo Scarfò. So che lui ha girato un documentario su Gregory Corso. Vi chiedo di raccontarmi qualcosa a proposito della vostra collaborazione con Matteo Scarfò.
Aldo: Ci sono in realtà più video fatti da Matteo Scarfò. Il primo video “Summer” è stato molto importante per il nostro cammino perché da lì si è diffusa anche l’idea che noi non ci teniamo soltanto alla musica ma anche a condividere le nostre opere con altre dimensioni artistiche come per esempio quella del videoclip, del cinema e dell’arte figurativa. Con Matteo Scarfò poi abbiamo fatto, subito dopo l’uscita del primo album, una collaborazione per il film che si chiama “Bomb! Fantasia in fiamme”, un docufilm con un taglio comunque artistico sulla vita di Gregory Corso, sulla poesia e la vita di Gregory Corso.
Per cui eravate coinvolti anche voi.
Aldo: Sì, siamo inseriti nella colonna sonora. Alcuni brani del primo album sono inseriti nella colonna sonora di questo film realizzato con Nick Mancuso, un attore italo-canadese che ha partecipato in film come “Trappola in alto mare” e in alcuni film con Steven Seagal. Andava molto negli anni ottanta. E lui ha interpretato la parte di Gregory Corso. Sia narrando Gregory Corso e la sua poesia che impersonificando Gregory Corso stesso. Matteo Scarfò è innanzitutto un grande ascoltatore di musica, e si è innamorato delle nostre canzoni. Ha ascolti simili ai nostri e non vedeva l’ora di utilizzare i nostri brani nelle sue opere, qualora compatibili.
Tommaso: Da un punto di vista stilistico lo si potrebbe definire un regista neorealista ma io non sono un cultore del cinema quindi non vorrei dire qualche cavolata. Le sue sceneggiature hanno comunque forti venature sci-fi.
Aldo: Infatti ha già girato corti o mediometraggi sci-fi.
Tommaso: Parlando con lui di cinema ci siamo trovati molto d’accordo sul film “Brazil” che è piaciuto a tutti tantissimo, o sui film di Truffaut. Abbiamo addirittura fatto qualche comparsata nel suo film “L’ultimo sole della notte”. Apprezziamo il suo modo profondo di proporre il cinema, con scelte molto pensate.
Manuel: Vale la pena comunque di citare Giuseppe Curti, il regista che ci ha praticamente girato il video di “Montevideo”.
Aldo: Giuseppe Curti ha lavorato come aiuto regista in vari film tra cui “Lo chiamavano Jeeg Robot” e “Freaks Out”. Si muove nell’ambito delle medio-grandi produzioni italiane e ha voluto sposare il nostro progetto realizzando il videoclip di “Montevideo”, uno dei singoli del nostro ultimo album.
Montevideo è il pezzo in cui suonate una mini-pianola? Se ricordo bene nel video giocate a una specie di gioco di società.
Tommaso: C’è una storia dietro.
Manuel: La storia è un po’ intricata.
Tommaso: Sì, è intricata perché “Montevideo” si ispira alla lettura di Borges, “Le finzioni” in particolare, dove il meta-reale è rappresentato come una critica rispetto a ciò che noi possiamo vedere nella realtà, nell’universo di possibilità che si dipana nella realtà stessa. Nel video abbiamo voluto stabilire un link con la teoria quantistica. Ci sono dei passaggi che cerchiamo di far notare all’interno del gioco da te citato perché i dadi anziché essere dei dadi sono delle biglie. E proprio nel momento in cui le biglie si fermano in un universo parallelo, uno di noi risponde da un ipotetico telefono.
Ricordo infatti nel video la presenza di un telefono a rotella di vecchia data.
Tommaso: Ce ne sono quattro. Ad ognuno di noi che effettua il lancio di una biglia corrisponde un passaggio, un cambio di scena, dove un altro di noi risponde da un altro universo. Il numero che si fa sul telefono lo determina il movimento, il numero dei passi che si deve fare sul gioco. Questo è il senso, il collasso della funzione d’onda in un universo di possibilità. Il cuore della teoria quantistica infatti è che il soggetto che osserva in qualche modo determina la realtà osservata. Contemporaneamente trasmettiamo un messaggio più terreno, meno filosofico, che è quello di una band che sta insieme a giocare perché la dimensione ludica del gioco non si può perdere quando si intraprende un’attività umana. L’uomo ha una voglia di giocare che è irriducibile.
Con il nuovo album l’impressione è che avete voluto uscire da voi stessi nei testi per affrontare la realtà circostante. State cercando di essere un po’ più – uso una parola grossa – politici? O meno intimisti?
Tommaso: Sì, diciamo che ci siamo guardati un po’ intorno. Abbiamo voluto raccontare delle storie che avessero anche un impegno sociale, non tanto per prendere una posizione rispetto a dei temi specificamente politici ma piuttosto per esprimere l’idea che tutto in una società ha un risvolto politico nel senso di tensione verso qualcosa, verso dei valori o delle aspettative che l’uomo ha per una vita migliore. Abbiamo notato che c’è una frizione generale, possiamo chiamarla critica al capitalismo. Abbiamo provato a fare una critica strutturale al capitalismo attraverso delle storie di esclusione, delle storie di sofferenza e di tensione verso una libertà che in realtà noi percepiamo come libertà di fare solo determinate cose all’interno di una struttura. Il testo di “Hotel Torino” parla di una prostituta eroica che in qualche modo salva le anime. “Johnny Freak” parla di un mostro che in realtà dà la luce tramite il suo sacrificio. “A terra” parla di libertà e di una condizione di prigionia. “Montevideo” e “Plasma denso” ti dicono che tu puoi, attraverso la critica strutturale, trovare dei mondi alternativi e diversi che sono una metafora di quello che servirebbe a livello di pensiero per provare a cambiare le cose. Forse per superare il capitalismo dobbiamo andare oltre le strutture, oltre il nostro stesso modo di vedere le cose.
C’è qualcosa di interessante nei testi. A volte si sentono semplicemente delle parole, non necessariamente parte di un discorso compiuto. “3 Ottobre” ha invece un testo più costruito e mi ha divertito la puntualizzazione delle date: “oggi mercoledì 3 ottobre ho deciso di fondare un movimento individuale / per la promozione di un nuovo giudizio universale / ci ho riflettuto ieri martedì 2 ottobre”.
Tommaso: Sì, c’è questo tipo di ricerca attraverso l’uso di una parola che potrebbe sembrare fuori contesto o desueta. In “Plasma denso” ci sono delle parole che evocano proprio una poetica antica. In “3 ottobre” invece le parole sono al servizio del concetto che tutti quanti nel momento in cui vediamo una realtà che ci sta stretta finiamo col mettere troppo di noi stessi e troppo del nostro sentirsi giusti, ma questo è il seme di ogni dittatura. Tutti i dittatori in qualche modo pensavano di fare qualcosa di giusto non solo per sé stessi ma per l’intera umanità. Il disegno nella propria testa di una società migliore è una cosa che non ci deve far sentire più giusti degli altri persino quando i nostri valori li sentiamo così nobili. “3 ottobre” è un messaggio in cui vogliamo dire “fai attenzione anche quando pensi di pensare bene”.
Aldo: È La tentazione di affidarti all’uomo forte, oppure di sentirti l’uomo forte del momento.
Tommaso: Quando ti senti troppo giusto c’è qualcosa che devi rivedere prima di tutto in te.
Dopo avervi ricoperto di elogi spontanei e sinceri, come vi avevo anticipato prima di iniziare l’intervista concluderò con una domanda velenosa. Avete parlato di capitalismo. Io di principio non ci vedo nulla di male nel capitalismo, per cui proveniamo probabilmente da visioni del mondo diverse. Quando tu Tommaso durante il concerto di Roma hai chiesto al pubblico un applauso per la Palestina, io pur non ritenendomi cieco di fronte all’orrore che sta avvenendo mi sono tuttavia detto che applaudendo alla Palestina tu potresti applaudire anche Hamas. Applaudendo la Palestina dimentichi forse le persone che il 7 ottobre sono rimaste vittime di un attacco terroristico? Se applaudi la Palestina perché non applaudire l’Ucraina, o perché non facciamo un applauso per le persone che combattono contro le tante dittature del pianeta? È molto facile adesso. È giusto farlo perché l’orrore è tale, ma bisognerebbe anche ricordare in Israele ci sono persone contro l’attuale governo. Voglio dire, non è un po’ piaggeria cercare l’applauso facile? È ovvio che c’è l’orrore, è giusto essere ben consapevoli di quello che sta accadendo ma a volte è anche facile. È facile chiedere al pubblico l’applauso per la Palestina.
Manuel: Chiedere un applauso per la Palestina o prendere le difese della Palestina non vuol dire prendere le difese anche di Hamas perché – esempio pratico della nostra realtà – se noi volessimo debellare l‘ndrangheta dovremmo uccidere tutti i calabresi?
Aldo: Oggi 28 maggio è diventato un po’ più facile, ma noi abbiamo sempre preso posizione per la Palestina sin da prima del 7 ottobre. In un concerto del 2013 abbiamo messo la bandiera della Palestina. Sono molto sensibile a questa questione perché il problema non nasce il 7 ottobre. È vero che quello che è successo il 7 ottobre è ovviamente deprecabile, chiaramente. Ma quello che è successo dopo ha travalicato qualsiasi confine relativo al concetto di guerra e relativo al concetto di giustificazione e conservazione di uno stato. Tra l’altro non considero guerra quella tra Israele e Palestina.
Manuel: Non ci sono due eserciti.
Aldo: “A terra” è un brano che abbiamo dedicato anche alla Palestina innanzitutto perché prima del 7 ottobre era una prigione a cielo aperto. I palestinesi non avevano gli stessi diritti degli israeliani. Ma quello che è morto oggi è il diritto internazionale, più che in qualsiasi altro conflitto. Quello che succede in Palestina va oltre.
Tommaso: È la repressione attuata su un popolo anziché su un’organizzazione terroristica. Quando si difende il popolo palestinese non si vuole difendere Hamas chiaramente, è l’identificazione del popolo palestinese con Hamas che ha creato questo problema. Non c’è neanche l’invasore di uno stato, quindi una legittima rappresaglia, una legittima difesa. Qui parliamo di un’organizzazione terroristica che è trattata alla stregua di uno stato per giustificare una risposta bellica. Hamas non è uno stato, non lo è neanche la Palestina purtroppo. Nessuno disconosce l’orrore del 7 ottobre. Qui però stiamo parlando di 30.000 morti, anche di più, tra i civili.
Manuel: Secondo me lo stato israeliano è in grado di individuare precisamente chi sono i veri terroristi e chi no. E invece sparano a vista su bambini e donne.
Tommaso: Purtroppo l’orrore del 7 ottobre ha avuto una rappresaglia così forte da offuscarne in qualche modo la memoria. Ma questo non dipende da noi, dal fatto che noi difendiamo la Palestina da un palco.
Per me comunque è stata una vera sensazione fisica, non intellettuale. Durante il concerto mi sono sentito completamente avvolto, ma quando tu Tommaso hai chiesto un applauso per la Palestina io non ero più avvolto, infatti l’applauso non l’ho fatto.
Tommaso: Il concetto è che a volte prendere posizione su delle cose che sono apparentemente semplici implica un’assunzione di responsabilità più profonda. Perché alla fine le cose essenziali nel mondo, se parliamo dell’ambiente e dei grandissimi problemi dell’umanità, alla fine sono semplici. Se venisse uno spettatore marziano, scendesse sulla terra e si guardasse intorno, direbbe ma questi qua son scemi. Allora in questa facilità magari tu hai colto anche una cecità intellettuale. In realtà a volte certe posizioni sembrano semplici e quindi ti fanno annusare un po’ la paraculata. È facile dire che stiamo distruggendo l’ambiente. Il problema è capire perché. È quella la grande domanda.
Diciamo che abbiamo aperto un capitolo nel capitolo per la prossima volta, potremmo stare qui a parlarne per ore.
Tommaso: È stato un bel confronto. Ti ringraziamo per la domanda.
Manuel: Se pensavi che siamo pro-Hamas, non lo siamo. Almeno abbiamo chiarito.