L’angolo di Michele Anselmi
La miniserie si chiude con le dimissioni di Margaret Thatcher, che avvennero il 22 novembre del 1990. Pochi mesi prima comincia invece la storia di “Legends”, sei puntate su Netflix, dallo scorso 7 maggio, scritte dal giornalista scozzese Neil Forsyth e dirette dai registi Brady Hood e Julian Holmes. Dubito che la conosca Nanni Moretti, autore di quel noto sketch sarcastico contro Netflix e «i nostri prodotti visti in 190 Paesi» che tanto piacque a un certo pubblico morettiano, lesto ad applaudire al cinema “Il sol dell’avvenire” salvo poi, una volta tornato a casa, altrettanto lesto nel collegarsi a Netflix per le ultime novità; eppure gli farebbe bene dare uno sguardo almeno alle cose migliori della piattaforma, perché a volte c’è più cinema lì che nei film italiani usciti nelle sale.
«Il pericolo non passa mai, le leggende non muoiono mai» è una delle battute-chiave di questa miniserie che rievoca una delle missioni, a lungo rimaste segrete «until now», compiute dall’agenzia doganale britannica, il cui nome in inglese suona “Her Majesty’s Customs and Excise”. Il titolo non va preso alla lettera, nel senso che le leggende in questione indicano le identità assunte dagli agenti sotto copertura: più sono verosimili e incarnate con convinzione, rompendo con la vita di prima, più sarà possibile farla franca e non essere scoperti. Insomma una sorta di recita, ma molto audace.
Nei primi mesi del 1990 la “Lady di ferro” aveva bisogno di un successo in materia di lotta al traffico di droga, specie eroina, a causa della crescita esponenziale dei decessi, sicché, su ordine del ministro degli Interni, la Dogana dovette improvvisare una task-force capace di sfornare risultati concreti, da spendere elettoralmente. Solo che l’agenzia aveva pochi mezzi a disposizione, sia di budget sia tecnologici (altro che la Dea americana), per non dire della scarsa preparazione nel colpire il narcotraffico internazionale.
Nasce così “Legends”: quattro normali agenti doganali, due uomini e due donne, vengono ingaggiati dopo un veloce corso di addestramento da un ufficiale, Don, a lungo “undercover” e naturalmente segnato da quell’esperienza; non sono esperti in missioni rischiose, non sanno sparare e spaccare ossa, devono solo avere sangue freddo, mente sveglia e riuscire a infiltrarsi nelle organizzazioni criminali.
Kate e Bailey vengono spediti a Liverpool, Erin, la mente analitica, si occupa delle ricerche e dei collegamenti via computer, mentre il compito più arduo, cioè farsi accettare a Londra da un feroce boss curdo, un certo Hakan, spetta a Guy Stanton, stanco di controllare valigie all’aeroporto, affascinato fino all’ossessione da quel cambio di identità rispetto alla sua vita di padre e marito.
Ispirata a una storia vera, sia pure con ampio margine di finzione, “Legends” racconta come i cinque riuscirono a bloccare due tonnellate di eroina partita dal Pakistan, lavorando su più fronti, spesso rischiando di venire smascherati. «La tua leggenda deve essere parte di te. Una parola sbagliata, una decisione sbagliata, e sei fottuto»: è quanto Guy dovrà sperimentare sulla propria pelle, dentro un meccanismo di tensione costante che bene restituisce l’aria del tempo, la fine dell’era-Thatcher, la crisi economica di quella stagione.
Se il meccanismo del racconto è abbastanza classico, a partire dalla buffa selezione iniziale, “Legends” ha il merito di moltiplicare i punti di vista e di giocare con le psicologie di personaggi anche minori, come solo gli inglesi sanno fare. Tom Burke, Hayley Squire, Aml Ameen e Jasmine Blackborow sono rispettivamente Guy, Kate, Bailey ed Erin, mentre Steve Coogan, che fu magnifico coprotagonista di “Philomena” nel 2013, conferisce al suo Don il giusto mix di realismo e tormento, anche il timore di fallire.
Michele Anselmi