L’angolo di Michele Anselmi

Il diluvio evocato dal titolo in francese è concreto e allegorico allo tempo stesso. Concreto perché il 21 gennaio 1793, giorno in cui il boia mozzò la capoccia a Luigi XVI, pioveva a dirotto. Allegorico perché non troppi anni prima Luigi XV, nonno dell’illustre decapitato, avrebbe detto a Madame de Pompadour «après moi le déluge», forse prefigurando l’arrivo della Rivoluzione giacobina.
È un peccato che il nuovo film di Gianluca Jodice non sia stato preso, vai a sapere il perché, sia dal festival di Cannes sia dalla Mostra di Venezia. Adesso, distribuito da Bim e Adler, arriva nelle sale giovedì 21 novembre, con un sottotitolo un po’ incongruo che recita “Gli ultimi giorni di Maria Antonietta” (in realtà l’austriaca sarebbe stata ghigliottinata parecchi mesi dopo suo marito, il 16 ottobre 1793).
Jodice, napoletano, cinquantenne, è un regista interessante, che non persegue strade facili, a differenze di colleghi coetanei. Nel precedente “Il cattivo poeta”, 2020, raccontò l’amaro crepuscolo nel suo lussuoso Vittoriale, ormai privato di ogni influenza, di Gabriele D’Annunzio; in “Le déluge” rievoca gli ultimi mesi, in miserevole cattività alla Tour du Temple, vicino Parigi, del deposto sovrano francese, di sua moglie e dei due figli. I potenti quando perdono il potere.
Si parte il 22 settembre del 1792. Sceso dalla sontuosa carrozza dorata, Luigi XVI si atteggia ancora a re, ma di lì a poco scoprirà che il palazzo ormai vuoto nel quale l’hanno condotto, con le assi di legno alle finestre serrate, è solo una prigione (la Torre non è ancora pronta, i reali debbono dormire per terra in un enorme salone).
Diviso in tre capitoli, rispettivamente intitolati “Gli dei”, “Gli uomini” e “I morti”, il film ha un andamento lento, quasi rosselliniano, almeno nelle intenzioni; e certo Jodice e il suo sceneggiatore Filippo Gravino, pur attingendo ai diari di Jean Baptiste Cant Hanet, detto Cléry, il valletto a cui venne concesso di accompagnare la famiglia reale nella detenzione, hanno largamente reinventato situazioni, dialoghi e strettoie psicologiche, giustamente appoggiandosi a un cast interamente francese.
Guillaume Canet, irriconoscibile sotto il gommoso trucco prostetico, incarna un Luigi XVI paffuto e incipriato, quasi patetico, inconsapevole di quanto l’aspetta con il processo-farsa istruito dalla Convenzione nazionale; Mélanie Laurent è una Maria Antonietta grintosa, sin troppo consapevole, pronta perfino a soddisfare le voglie sessuali di un ufficiale rivoluzionario per ricevere qualche minima comodità.
«Abbiamo recitato una commedia con ruoli troppo grandi per noi» sentiamo dire in un confronto tra i due, mentre le cose si mettono male, anche se “Luigi Capeto” continua a sperare di sottrarsi a quel destino ineluttabile.
Girato perlopiù in Piemonte, nei palazzi di Venaria e Stupinigi, “Le déluge” trova nel direttore della fotografia Daniele Ciprì una sorta di discreto co-autore: i colori sono quasi desaturati, un biancore caliginoso avvolge gli esterni, mentre gli interni sono volutamente smaltati, “finti”. In questo contesto si muovono, mentre gli abiti candidi si fanno sempre più luridi e lo scarso cibo svuota le gote di Luigi XVI restituendogli un viso, i personaggi di un film forse imperfetto, qua e là ripetitivo, ma di notevole suggestione (certo viene quasi da simpatizzare con i due reali angariati da bercianti “tricoteuses” e soldataglia varia). Di sicuro non lascia indifferenti la sequenza forse più eccentrica/intensa del film, con il re senza trono che chiede al boia, convocato apposta, di sapere nel dettaglio cosa accadrà il giorno dopo sul patibolo.
La confezione è elegante, grazie anche ai costumi di Massimo Cantini Parrini e alle musiche di Fabio Massimo Capogrosso, e naturalmente bisogna riconoscere che i produttori principali, Matteo Rovere e Andrea Paris, hanno lavorato di fino, pensando a un prodotto eminentemente europeo (tra i crediti c’è anche il nome di Paolo Sorrentino). Il doppiaggio italiano mi pare accurato, ma il francese parlato dagli attori transalpini coinvolti conferisce tutt’altra verità al clima generale della storia.

Michele Anselmi