L’angolo di Michele Anselmi
La tendenza mi pare un po’ questa: quando non si va tanto per il sottile, volendo legittimamente piacere a pubblici più vasti e generalisti, i registi dicono di aver girato «una favola». Lo fa anche il 74enne Gabriele Salvatores con “Napoli-New York”, che nasce dal ritrovamento in un baule, così vuole la vulgata, di un soggettino scritto nei secondi anni Quaranta da Tullio Pinelli e Federico Fellini, cioè prima che il gran riminese debuttasse come regista.
Quelle poche pagine sono diventate una corposa sceneggiatura nelle mani del regista di “Mediterraneo”: se il tono originale risentiva di sensibilità neorealista post-bellica, il film, nelle sale da giovedì 21 novembre targato 01-Distribution e Paco Cinematografica, diventa appunto una favola, sia pure incisa nel dramma dell’emigrazione verso gli Stati Uniti.
Bisogna riconoscere che Salvatores non fa un film uguale all’altro, gli piace variare stili e argomenti, così dopo “Il ritorno di Casanova”, di gusto letterario e crepuscolare, ecco una sorta di cineromanzo di formazione che prende l’avvio nella Napoli sgarrupata del 1949. Un palazzo è crollato, a causa di una bomba alleata inesplosa, e dalle macerie, dentro uno spesso fumo giallastro, emerge la piccola Celestina. Orfana, di lì a poco perderà anche la zia che l’aveva allevata, sicché la ragazzina trova conforto solo nell’amicizia con Carmine, un altro scugnizzo, poco più grande, che s’arrangia con piccoli traffici e sigarette di contrabbando.
Un piroscafo americano, “Victory”, sta per partire alla volta di New York, e lì si ritroveranno, per uno scherzo del destino, i due “migranti” clandestini: in realtà Celestina vuole raggiungere nella favoleggiata America la sorella maggiore Agnese, credendola felicemente sposata con un americano.
“Napoli-New York” è la storia di questa traversata per mare, e naturalmente per i due sarà una sorta di avventura, perché il comandante statunitense ubriacone vorrebbe consegnarli alla polizia una volta sbarcati a Ellis Island, mentre il commissario di bordo italiano, lo zelante ma tenero Domenico Garofalo, si sta affezionando a quei due ragazzini impavidi e intelligenti.
«Venite dall’Africa?» si sentiranno chiedere Celestina e Carmine da una bionda signora americana incontrata per strada, a dire il pregiudizio antropologico che anche all’alba degli anni Cinquanta circondava ancora l’arrivo degli italiani nella “terra delle opportunità”.
A differenza di quanto fece Emanuele Crialese con il rigoroso “Nuovomondo”, ambientato ai primi del Novecento, Salvatores allestisce una storia picaresca, con qualche affondo di commedia pur nel contesto drammatico, nella quale inserire, secondo l’estetico sincretismo a lui caro, citazioni, strizzatine d’occhio, omaggi, riferimenti cinefili.
Per dire: ci sono echi evidenti di “Amarcord”, di “C’era una volta in America”, di “La leggenda del pianista sull’oceano”, anche di “Titanic” e delle strisce di Corto Maltese, nei cinema newyorkesi danno “Paisà” di Roberto Rossellini e “Streets of Laredo”, da noi “I cavalieri dell’onore”. E poi naturalmente una pioggia di canzoni, sia d’epoca e della tradizione napoletana in stile Nuova compagnia di canto popolare, sia scelte per suggestione tematica, come “A Salty Dog” dei Procol Harum e “Pay Me My Money Down” di Bruce Springsteen, solo per dirne due.
Ne esce un film di oltre due ore, gentile nelle intenzioni, ottimista più che “buonista”, anche critico verso una placida idea del Sogno Americano: su un muro campeggia la scritta «Broken Promises», gli afroamericani e gli italiani sono ancora esclusi da certi locali, le differenze di classe pesano sulla nave. Insomma pensato per dire quanto sta da sempre a cuore a Salvatores, e cioè: «In questo clima di rancore e odio fa bene conoscere da vicino le persone che ci sembrano “diverse”, anche per scoprire di poterle amare».
Purtroppo la favola ogni tanto prende la mano al regista, nel senso che una certa dimensione bozzettistica, rassicurante e colorita, s’impone sulla ricostruzione storica e le torsioni degli eventi. Gli effetti speciali digitali però sono convincenti (il film è stato girato tra Trieste, Fiume, Napoli e Cinecittà), il rispetto delle due lingue è scelta pregevole, mentre gli interpreti s’adattano al clima generale del racconto.
Dei due ragazzini napoletani, Dea Lanzano e Antonio Guerra, preferisco di gran lunga lui per naturalezza; Pierfrancesco Favino, nei panni di Garofalo, “eduardeggia” col solito garbo facendo il verso al Domenico Soriano di “Filumena Marturano”, ben servito dai comprimari Anna Ammirati, Tomas Arana, Antonio Catania, Omar Benson Miller, Anna Lucia Pierro.
A volte spira sul tutto un’aria da film televisivo per Raiuno in prima serata, ma sarà certamente voluto.
Michele Anselmi