Dopo una delle campagne di marketing più articolate mai concepite per la promozione di un film horror, l’ultima opera del regista statunitense Oz Perkins (figlio del celebre Anthony) intitolata “Longlegs” arriva finalmente in Italia, debuttando in anteprima alla 19ma Festa del Cinema di Roma, all’interno della sezione Grand Public.
La giovane agente speciale dell’FBI, Lee Harker (Maika Monroe), si trova al centro di questa inquietante storia di possessioni demoniache e massacri familiari che sconvolgono le campagne innevate dell’Oregon, rappresentate qui con un’oscurità e un senso di desolazione che richiamano alla mente la letteratura di autori come Stephen King e H.P. Lovecraft. Mentre Lee indaga sulle scene del crimine, scopre una serie di lettere cifrate, tutte firmate dallo stesso nome: quello di “Longlegs”. Man mano che l’indagine si approfondisce, Harker si rende conto che il male che ha scatenato questi orrori è più profondo e personale di quanto avesse immaginato, intrecciando la sua storia con quella delle vittime.
Longlegs, il mostro a cui tutti danno la caccia, ci viene mostrato fin dall’inizio del film, in una sequenza in formato 4:3 che ci fa immergere lentamente nell’orrore. La macchina da presa ci mostra inizialmente la casa, vuota e ricoperta di neve, in cui vive una bambina lasciata momentaneamente sola. Le inquadrature si susseguono, alternando immagini della neve e della bambina, accentuando la sua solitudine. Solo successivamente, dopo aver costruito tensione con un sapiente gioco di sonoro, l’inquadratura si sposta sul volto di un uomo dalla carnagione bianchissima, la cui espressione inquietante nasconde qualcosa di sinistro. Quando il volto si abbassa per rivelarsi completamente, il film stacca e partono i titoli di testa, che si espandono al centro dello schermo, trasformando il formato iniziale in un’ampia visione.
Ed è proprio su questa “dualità” di sensazioni che sembra giocare il film di Perkins, a partire dallo stesso killer (interpretato da un Nicolas Cage in forma smagliante) che fonde il suo sguardo pericoloso con il fascino oscuro e quasi seducente delle sue parole. Inoltre, l’alternanza tra gli interni bui e claustrofobici delle abitazioni abbandonate e il senso di smarrimento evocato dai vasti campi di neve della provincia americana rappresenta un altro esempio di questa “doppia” identità che permea l’opera.
Identità che è appunto divisa tra la glacialità e il distacco emotivo della giovane agente Lee nella sua indagine e le disturbanti apparizioni del mostruoso Longlegs, che quasi sembra “distorcere” la vista e l’udito dello spettatore ogni volta che entra in campo: nelle numerose sequenze flashback in cui l’omicida fa la sua apparizione il formato è sempre quello del 4:3 iniziale, che restringe il campo visivo e allo stesso tempo “costringe” chi guarda a vedere la bestia negli occhi, amplificando il senso di claustrofobia dato dall’inquadratura. Come se non bastasse, il comparto sonoro del film si serve anche di suoni e di rumori ad alto volume che atterriscono sia la detective protagonista (la cui prospettiva è centrale per l’immersività dell’opera) che lo spettatore inerme. In definitiva “Longlegs” è un film che, nonostante la sua somiglianza con pellicole cult quali “Il silenzio degli innocenti” (con cui condivide lo stesso rapporto tra killer e assassino), sembra ragionare su una certa forma di radicalismo religioso – neanche troppo lontano dalla realtà visto i tempi più recenti – e, più in generale, sulle estreme conseguenze a cui può portare la propria fede, che può nascondere benissimo sotto la sua apparenza salvifica un’essenza puramente maligna. In sala dal 31 ottobre.

Daniele Schina