La Mostra di Michele Anselmi | 28
«Se non è mai stata nuova e non suona mai vecchia, allora è una canzone folk» teorizzava lo squattrinato cantante di “A proposito di Davis”, uno dei film più sottovalutati e sfortunati dei fratelli Coen. Proprio così. Il personaggio, incarnato da Oscar Isaac, evocava il vero folksinger Dave Van Ronk in quel 1961 newyorkese. Due anni dopo anche lui si sarebbe esibito al festival folk di Newport, cantando la sua “Cocaine”, come si vede nel bel documentario “Newport and the Great Folk Dream” passato ieri sera alla Mostra, peccato che la sala non fosse piena, tra i fuori concorso “Cinema & Musica”. L’ha diretto l’americano Robert Gordon, uno del ramo, e naturalmente per uno come me è stato come andare a nozze.
Lavorando su dei filmati realizzati tra il 1963 e il 1966, a lungo rimasti in una cassaforte, il documentarista rievoca che cosa ha rappresentato quel festival, specie dal 1963 in poi, per il mondo della canzone popolare americana. Una specie di sogno, un’utopia per certi versi ante-Woodstock, che produsse un enorme interesse, con relativo giro d’affari, attorno alla musica folk e suoi derivati, finché, all’apice del successo, nel 1965, tutto cominciò a sfaldarsi.
Fu colpa di Bob Dylan che quell’anno si presentò in versione elettrica, spalleggiato dalla band rock-blues del chitarrista Michael Bloomfield, strapazzando l’uditorio con la sua versione di “Maggie’s Farm”? Per Pete Seeger, un po’ il padre politico e spirituale del festival, fu certamente uno shock, come si vede anche nel bel film “A Complete Unknown”; ma forse la rivoluzione elettrica era nell’aria, con buona pace del purismo acustico dei primi anni, quando gli artisti si esibivano coi loro strumenti rigorosamente unplugged davanti a una selva di microfoni, perché il suono fosse calibrato alle voci, non artificioso, distorto o invadente (io francamente lo preferivo).
Bisogna certo amare quella musica per apprezzare “Newport and the Great Folk Dream”, altrimenti si rischia di non capire bene quale fu la posta in gioco, anche sul piano sociale e politico, oltre che su quello artistico. Pensate: Pete Seeger, nel prendere in mano la kermesse, impose che tutti gli artisti prendessero 50 dollari più le spese, senza privilegi legati al successo popolare; ma presto vitto e alloggio fecero la differenza in quella ridente cittadina balneare del Rhode Island, producendo, ricorda il regista, gerarchie e situazioni di potere.
Si parte con “Big River” cantata da Johnny Cash in trio: una ballata fantastica, spiritosa, che racconta di un uomo che insegue la capricciosa fanciulla di cui s’è innamorato per tutto il fiume Mississippi, finché non si stanca dalle parti di Baton Rouge. Sono tutte immagini in bianco e nero, con un sonoro ottimo, e davvero capisci la portata di quel raduno dedicato alla musica popolare. Chi si vede nel film? Bob Dylan e Joan Baez, naturalmente, ma anche i bluesmen neri Son House, Mississippi John Hurt e John Lee Hooker, i bluegrassari bianchi Bill Monroe, Doc Watson e Stanley Brothers, il trio Peter, Paul & Mary, vere star del festival insieme a Seeger, e poi i New Lost City Ramblers, il già citato Van Ronk, Phil Ochs, Judy Collins, i Moving Star Hall Singers, e infiniti altri.
«Il film è ricco di sorprese e suoni insoliti, un’esperienza musicale emozionante» scrive il regista, attento nel cogliere la sensibilità con la quale il festival riuscì a intrecciare lingue e culture diverse, tra attivismo sociale e fervente etnomusicologia. Il documentario dura 99 minuti, mi auguro che qualcuno vorrà distribuirlo in Italia, ma non sarà facile.
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Uscirà invece con Nexo, produce la Our Films di Mieli & Gianani, il documentario “Francesco De Gregori – Nevergreen”, scritto e diretto da Stefano Pistolini, una firma nel mondo della musica. “Nevergreen” all’opposto di “evergreen”, nel senso delle canzoni meno note e fortunate, spesso dimenticate. Tra il 23 ottobre e il 27 novembre del 2024 De Gregori e la sua rodata band si esibirono in una ventina di concerti,
al teatro Out Off di Milano, ogni sera di fronte a sole 200 persone, in un rapporto stretto, ravvicinato col pubblico. Il filmato ripropone quelle esibizioni, s’intende alternandole a interviste, prove e digressioni.
«I telefonini? Fate quello che vi pare, non me ne frega niente. Non state lì a nasconderli» rassicura De Gregori appena arriva sul palco, prendendo le distanze da quanto preteso invece Dylan durante una recente tournée. Suoni acustici ed elettrici, un po’ da festival di Newport, si mischiano nello srotolarsi dei novanta minuti. Durante i quali vediamo il cantautore romano, insolitamente rilassato, duettare con amici chiamati per rallegrare le serate: Malika Ayane, Elisa, Jovanotti, Ligabue, Zucchero… Echeggiano brani come “Il vestito del violinista”, “Il cuoco di Salò”, la versione in italiano delle dylaniane “Desolation Row”, “Sweetheart Like You” e “I Shall Be Released”, la stupenda “Diamante” con Zucchero, la quasi inedita “Mannaggia alla musica” che fu scritta per Ron…
Chi ama le canzoni, la voce e il sound di De Gregori non resterà deluso.
Michele Anselmi