La Mostra di Michele Anselmi | 9

Non cercate l’architetto László Tóth su Internet, magari per collegarlo alla voce “Brutalismo”, la corrente architettonica e di design industriale nata a metà degli anni Cinquanta in Gran Bretagna, il cui nome viene dal materiale povero usato, perlopiù il cemento a vista, detto “béton brut” in francese. Troverete però un altro ungherese con lo stesso nome: l’operaio divenuto tristemente noto nel mondo per aver ignobilmente vandalizzato la “Pietà” di Michelangelo, a San Pietro, il 21 maggio del 1972. Curioso, no?
Il livello del concorso veneziano s’è alzato di colpo con “The Brutalist”, il molto atteso e torrenziale film dell’americano Brady Corbet che ha colpito un po’ tutti, non solo per la lunghezza: 215 minuti, incluso un intervallo vecchio stile per far respirare il pubblico.
Il protagonista della storia, scritta dal 36enne cineasta insieme alla compagna Mona Fastvold, è appunto un architetto ebreo scampato al capo di sterminio nazista. Cresciuto a pane e Bauhaus, l’uomo approda in nave a New York nel 1947, insieme a tanti immigrati scappati dall’Europa: smagrito, spilungone, col nasone ferito che gli procura forti dolori, Tóth ha dovuto lasciare moglie e figlia adottiva a Budapest, nella speranza di ricongiungersi un giorno ad esse nella Terra delle Opportunità.
Non sarà facile integrarsi, benché parli bene l’inglese, sia pure con accento “da lustrascarpe”; ma dopo sconfitte, delusioni, lavori malpagati e notti in dormitorio arriva il colpo di fortuna inatteso: il facoltoso costruttore Harrison Lee Van Buren, affascinato da una libreria lignea a scomparsa e da una sedia di ingegnoso design finiti nella sua magione, decide di assumere lo straniero per fargli disegnare e costruire un ambizioso e gigantesco centro multifunzionale al servizio della comunità (siamo in Pennsylvania).
Diviso in quadri, cioè un prologo, un epilogo e due ampie parti, “The Brutalist” è un film intenso e coinvolgente, la cui prima parte, diciamo fino all’intervallo, custodisce la potenza di un autentico capolavoro: per stile, senso epico, tratteggio dei personaggi, trovate estetiche e di montaggio. Poi, certo per scelta di Corbet, il racconto diventa fosco e torbido, un po’ tirato via, in linea con la successione degli eventi: l’arrivo dall’Europa di moglie e figlia di Tóth, l’affacciarsi di pesanti dissapori sulla costruzione di quell’enorme complesso, il ripetersi di gesti umilianti dai riflessi antisemiti.
“Non permetterò alla mia gente di vedermi come un mendicante: mai” scandisce l’architetto, s’intende uomo geniale e indocile, ma anche umorale, permaloso, dedito all’oppio, a suo modo un po’ “brutalista” anche lui. E avrete capito che con il suo protervo mecenate, più ambiguo di quanto appaia dietro i modi gentili, s’arriverà dalle parti di Carrara (c’è un prezioso blocco di marmo da scegliere in Italia) a un episodio di sconvolgente violenza, fisica e psicologica.
Non saprei dire se “La fonte meravigliosa” di King Vidor, 1954, con l’architetto rivoluzionario Gary Cooper, abbia fatto da modello o da spunto; ma di sicuro Corbet padroneggia la materia, estraendone un apologo feroce sulla creatività umana, pure sulle dinamiche di potere e le incrinature familiari.
Adrian Brody, col naso maggiorato dal trucco, non era così bravo, nel mix di rassegnazione e orgoglio, dai tempi del “Pianista” di Polanski, ma anche il resto della compagnia è scelto con cura: da Felicity Jones che fa la solida moglie in carrozzella a Guy Pearce che disegna il miliardario dalla coscienza non proprio pulita. Il film si chiude con la Biennale Arte del 1980: sembra tutto vero, come ripreso da un documentario televisivo dell’epoca, invece no. Però ci credi.
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Bisogna credere purtroppo – è tutto vero – anche a quanto racconta l’altro film in concorso della giornata: “Ainda Estou Aqui”, ovvero “Io sono ancora qui”, del brasiliano Walter Salles, quello del film “I diari della motocicletta”. Il “qui” è il Brasile sotto la dittatura fascista che durò dal 1964 al 1985, con Humberto de Alencar Castelo Branco presidente fantoccio nominato dai generali. Tratto dal romanzo autobiografico di Marcelo Rubens Paiva, il film parte nel 1970 e risale via via fino al 2014, con l’idea di raccontare la tragedia dei “desaparecidos” dalla parte dei familiari rimasti a casa.
La colta Eunice Paiva, madre di quattro figlie e un bambino, ha appena visto sequestrare a Rio de Janeiro il marito Rubens, ex deputato progressista, dalle squadracce della Polizia militare. Anche lei viene arrestata, per essere rilasciata dopo cinque giorni infernali. Il marito? Nessuno sa dove sia finito: le autorità smentiscono di averlo preso in consegna, eppure ci sono prove e indizi. E intanto, nell’attesa di notizie che non arriveranno, quella madre coraggiosa deve far crescere i figli e trovare il modo economicamente di tirare avanti (senza la firma del marito la banca non libera i soldi nel conto).
Girato con lo sguardo preoccupato al Brasile recente del fascistoide Bolsonaro, “Io sono qui” rievoca un’assenza dolorosa (anche un certificato di morte sarebbe di sollievo) e insieme offre uno sguardo inedito su un Paese governato da una giunta militare: i giovani amoreggiano e ballano, vedono “Blow Up”, ascoltano “Je t’aime, moi non plus” e il rock dei T-Rex, ma basta poco perché si scateni l’occhiuto e feroce controllo dell’esercito.
Fernanda Torres restituisce sullo schermo un’Eunice salda e coraggiosa anche nella sua ossuta magrezza, una donna che invita al sorriso per sottrarsi alla paura: una Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile avrebbe senso.

Michele Anselmi