L’angolo di Michele Anselmi
Sostiene Antonio Albanese, intervistato da Cecilia Bressanelli per “La Lettura” (due pagine intere): «La comicità è misteriosa. È energia. Perché si diffonda deve essere vista con altri». Suona bene, però io ho visto “Lavoreremo da grandi” in una sala piena di spettatori ben disposti, per quanto addetti ai lavori, e quasi nessuno ha riso. Vorrà dire qualcosa? Non saprei. So però che il sesto film da regista del 61enne cineasta siculo-lombardo, nelle sale giovedì 5 febbraio con PiperFilm e Palomar, è una delusione, anzi un disastro. E dispiace scriverlo, perché con “Cento domeniche” del 2023 Albanese aveva dimostrato di sapersi muovere sul difficile crinale di un cinema sociale, certo drammatico, piuttosto fine nel ritratto dei personaggi.
Nella medesima intervista, Albanese aggiunge: «La cerco da trentacinque anni, ma ancora non so dire che cosa sia la comicità. La devi sentire, quando la senti la devi fermare, e quando la devi replicare perde già un grammo di spessore». Troppa teoria, mi pare, per giustificare: un copione sbrindellato in chiave di “black comedy”, scritto insieme a Piero Guerrera, uno stile impreciso e divagante, una recitazione generale piuttosto approssimativa, un’idea di dolcezza comica che resta nelle intenzioni dell’autore. Peccato.
Al suono di “On The Road Again” dei Canned Heat (che cosa c’entra?) vediamo nell’incipit, ripresa da un drone, una barchetta a motore che va a zig-zag sul lago d’Orta, avvicinandosi rischiosamente alla riva. La pilota – si fa per dire – un tipo sbronzo e mezzo addormentato, coi baffi neri e una parrucca bionda in testa: si chiama Gigi, la zia che lo manteneva, morendo, ha lasciato tutto alla Chiesa, a parte una collezione di trucchi e appunto di capelli posticci. Ad attenderlo, dentro una station wagon, i due amici più cari: Umberto e Beppe. L’uno ha mandato in malora l’azienda di famiglia, è reduce da due matrimoni falliti e si compiace di comporre raffinata musica dodecafonica che nessuno vuole ascoltare («Meglio le unghie sulla lavagna» si sente dire); l’altro è un idraulico forse ancora vergine e mammone, tormentato da una cliente ottantenne che forse s’è invaghita di lui. Il quartetto è completato da Toni, uno dei due figli di Umberto, un belloccio vagamente alla Alain Delon, baffetti inclusi, appena uscito dal carcere per truffa.
Dove sta l’elemento “nero” della vicenda? I quattro malinconici vitelloni dopo una bevuta, investono nottetempo qualcosa con l’auto: non si fermano a controllare, ma si convincono strada facendo di aver ucciso l’ubriacone del paese, un certo Mathias. Solo che il cadavere non si trova, però la sua strana bicicletta sì, sulla sponda del lago.
“Lavoreremo da grandi” è un titolo che riassume una sorta di filosofia esistenziale, nel senso che ciascuno dei quattro, anzi dei cinque, è alle prese con una sconfitta, anche con un’assoluta mancanza di prospettive lavorative. Si lasciano vivere, cianciando e perdendo tempo, in attesa che accada qualcosa. Incapaci di fare alcunché, tantomeno di commettere o nascondere un delitto.
«Non vi abituate al lieto, ci sono solo pause felici» è la lezione del film, che arriva attraverso una delle perle di saggezza dette da un ex avvocato ora barista fricchettone con tanto di codino, incarnato in amicizia da Bebo Storti. Gli altri, intendo gli interpreti principali, sono Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e Niccolò Ferrero, rispettivamente nei panni di Umberto, Beppe, Gigi e Toni. Sono attori generalmente bravi se non bravissimi, ma qui male arpeggiano sulla tastiera della commedia vagamente surreale, inzeppata di musica e canzoni, all’insegna di una teatralità fatta di squilli al telefono, bussate alla porta, arrivi inattese alle tre di notte (la figlia indocile di Umberto che se la fa con un rapper vestito da yeti), apparizioni fantasmatiche che suscitano grida all’unisono, un po’ alla maniera dei film con Fabio De Luigi. Il tutto suggellato, sui titoli di coda, dalle note di “Gli sbandati hanno perso” del rapper italiano Marracash.
Secondo Albanese i personaggi di questo film sono «cacciatori di alibi, hanno fallito tutto ma non devono essere colpevolizzati, ci hanno provato, semplicemente non ce l’hanno fatta». Anche questa frase suona bene, incuriosisce, ma poi uno spettatore pagante vede un film, non legge un’intervista.
Michele Anselmi