La Mostra di Michele Anselmi | 1
Fa caldo a Venezia, l’aria è tersa, gli operai sono ancora al lavoro sugli allestimenti, poliziotti e carabinieri già presidiano. Mancano poche ore all’inaugurazione della 82esima edizione della Mostra del cinema, domani sera, 27 agosto, in diretta su RaiMovie dalle 18.45. Prima è previsto il Leone d’oro alla carriera conferito a Werner Herzog, con “laudatio” di Francis Ford Coppola, seguirà, come piatto forte, l’anteprima mondiale di “La Grazia”, il nuovo film di Paolo Sorrentino con Toni Servillo che apre il concorso. Alla serata di gala, condotta dalla “madrina” Emanuela Fanelli, ci sarà naturalmente il ministro Alessandro Giuli, accompagnato da ben due sottosegretari (Lucia Borgonzoni e Claudio Durigon) e da un viceministro (Francesco Paolo Sisto), quasi a dimostrare quanto il governo di centrodestra si senta vicino al presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco.
Il quale Buttafuoco – questa è davvero bella – ha ricordato in un’intervista a Cristina Battocletti del “Sole 24 Ore” che il direttore Alberto Barbera «non è in scadenza». Grazie tante, lo sapevamo. Gli spetta da fare ancora l’edizione del 2026. Aggiunge il presidente “saraceno” alla sua maniera immaginifica: «Nella decisione del Cda della Biennale non c’è pregiudizio verso un secondo, un terzo o un quarto, fosse pure un decimo, mandato per i direttori. Laddove eccellono, restano. Fatti, non salotti».
Va benissimo: ma allora perché Buttafuoco ha rinnovato a Barbera il mandato solo per due anni (2025-2026) e non per quattro, come è consuetudine fare? Voleva prendere le misure? Le voci antipatiche sulla successione – Antonio Monda? Giulio Base? – sono solo il frutto di una scelta poco chiara fatta dalla Biennale, a mio parere.
Intanto qui al Lido si guarda con qualche apprensione alla manifestazione organizzata per sabato pomeriggio dal collettivo Venice4Palestine, quello che non voleva alla Mostra gli attori Gal Gadot e Gerard Butler, e speriamo che vada tutto bene, senza tensioni, all’insegna di una civile protesta sui temi del massacro indiscriminato in atto a Gaza ad opera dell’esercito israeliano.
* * *
Mi aggiro nella cittadella assolata della Mostra, come sempre ancora un cantiere, e ripenso a quante volte, dagli anni Ottanta in poi, ho vissuto questo piccolo rito della vigilia. Il pass da ritirare, la borsa della Biennale che ogni volta cambia colore, il catalogo, il programma dettagliato, la tessera utile per gli spostamenti. Qualcuno, tra i colleghi, è già qui da ieri, lunedì: scalpitante, operativo, silenzioso, in cerca di una polemica da agitare, di un’attrice da intervistare, di una festa sontuosa da annunciare. L’ho fatto per anni, so che i giornali di carta non sanno mai bene che cosa pubblicare il giorno prima, sicché gli inviati fanno i salti mortali per fornire una pietanza, se non gustosa, almeno saporita.
Il privilegio della pensione, almeno nel mio caso, è racchiuso nella possibilità di fregarmi di tutto ciò. Vedo i film, non più di tre al giorno, altrimenti mi sento rincoglionito, ne scrivo con cura e con calma a un passo dal letto, senza l’ansia dell’Ansa che detta legge nelle redazioni, pensando ciò che ho sempre pensato, anche quando avevo un quotidiano per le mani: e cioè che i festival interessano solo a chi li organizza, a chi vi porta i film, a chi riempie le sale, a chi resoconta (atmosfera, chiacchiere e sostanza).
Chi non sta al Lido, durante questi giorni, leggerà al massimo un articolo delle sontuose pagine che vengono redatte, a meno di non essere un cinefilo o un filmofago, di quelli che appunto vorrebbero essere al Lido e salterebbero pranzi e cene pur di seguire tutto.
Per me, l’avrete capito, non è più così. Da giovane si cenava in gruppo, anche in posti lontani dalla Sala Perla (allora il cuore delle proiezioni stampa): si tornava sul filo dei secondi per le proiezioni delle 22.30 e dopo qualche minuto, complice la digestione, le teste dei critici pendevano verso sinistra o destra. All’uscita era tutto un chiedersi: «Ma che è successo dopo quella scena? Sai, ho avuto un attimo di assopimento». Altro che assopimento: c’è chi dormiva per tutto il film e poi giustamente ne scriveva fidandosi di sprazzi e racconti.
* * *
Eppure, tutto sommato, fa piacere di essere qui. L’estate, nel mio caso, è stata piuttosto penosa sul piano della salute, dopo un intervento rognoso; non si sta mai tranquilli, si parte da casa con una vagonata di pillole, bustine e pomate, nella speranza di non dover ricorrere ad esse, augurandosi che i film siano belli, non troppo lunghi (invece sono tutti oltre le due ore), d’autore ma non noiosi, astrusi o cervellotici.
In realtà il momento più bello della Mostra, per me, è la colazione del mattino in albergo, solo che devi sbrigarti perché c’è da uscire e mettersi in fila qualche minuto prima delle 8.30; oppure il pasto serale, se trovi qualcuno con cui chiacchierare, possibilmente non di cinema e preferibilmente donna.
Gli amorazzi? Le avventure? Le feste? «Mai dire mai» direbbe James Bond, anche se serve energia per fare tardi la notte: se dormi male o non dormi proprio, be’ il giorno dopo sei uno straccio, nonostante l’aria condizionata che nelle sale ti gela i piedi e le orecchie.
Questa, sia chiaro, non è una lamentazione. Sono contento, a 70 anni, di essere ancora qui alla Mostra, disposto a farmi sorprendere dalla bellezza inattesa di un film o dal confronto serrato con qualche collega più giovane all’uscita dalla Sala Darsena. Noi critici anzianotti siamo un po’ tediosi quando stiamo tra noi, ci si ripete, si fanno i soliti discorsi; una presenza più fresca offre un diverso punto di vista, permette anche, talvolta, di scrivere meglio, fingendo di aver colto ciò che non si era proprio colto.
Poi, vero, dopo quattro-giorni non vedo l’ora di tornare a casa, ma sarà di sicuro colpa dell’età, anche del metabolismo che al Lido cambia causa orari e cibo; s’intende per la felicità dei farmacisti, i quali moltiplicano gli affari in questi undici giorni, come i ristoratori, i pasticcieri, i pizzettari, gli albergatori e i tassisti.
Bernardo Bertolucci soleva dire: «Ai festival, anche se non vinco un premio, io sono lo stesso tranquillo: è la serenità che ho imparato dai monaci tibetani». Io non sono buddhista, ma un po’ lo capisco: partecipare, con l’avanzare degli anni, è già molto.
Michele Anselmi