Hayao Miyazaki annunciò il suo ritiro nel 2013, durante la presentazione a Venezia di “Si alza il vento”, che si credeva fosse il suo ultimo film. Dopo più di dieci anni, ha deciso di ritornare alla creazione cinematografica con “Il ragazzo e l’airone”, vincitore agli Oscar come miglior film di animazione 2024.
Il film è ambientato a Tokyo nel 1943, durante la Guerra del Pacifico, dove il dodicenne Mahito Maki perde la madre nell’incendio di un ospedale; l’anno successivo, suo padre si risposa con Natsuko, sorella della moglie defunta. La famiglia si rifugia in campagna per sfuggire alla guerra, ma Mahito continua a lottare con il dolore per la perdita della madre e la gravidanza della nuova matrigna. Un giorno, Natsuko scompare misteriosamente. Mahito cede così alla tentazione di seguire uno strano airone cenerino, che da diverso tempo lo perseguitava affermando di sapere dove si trovasse sua madre. Quest’ultimo lo guida ad una misteriosa torre, che si scoprirà essere un portale spazio-temporale capace di collegare più mondi e dimensioni.
Un film apparentemente caotico si rivela molto più lineare di quanto possa sembrare, soprattutto se rapportato alle precedenti opere di Miyazaki. Il regista conduce lo spettatore lungo una narrazione dai tratti fiabeschi, ma che si distacca fortemente dalle narrazioni Disney a cui l’occidente è abituato. A dare profondità alla narrazione sono i molteplici simbolismi e riferimenti culturali, tra i quali emerge un omaggio alla mitologia giapponese, attraverso il personaggio dell’airone, che assume il ruolo di “psicopompo”, verso un mondo sconosciuto. Ma anche riferimenti a de Chirico e Fellini, e alla Divina commedia, che vengono disseminati in maniera discreta tra le varie scene.
Il film presenta una sottile propensione all’horror, con elementi inquietanti sia nella narrazione che nelle animazioni, ricordando alcune delle opere di Junji Ito.
Se la storia comincia con un rilassato scorrimento narrativo nel mondo reale, una volta che Mahito entra nella dimensione alternativa, gli eventi si susseguono senza soluzione di continuità, accelerando il ritmo del racconto e creando un senso di angoscia e confusione negli spettatori, che si sentono trasportati in un’agitata dimensione onirica.
I personaggi, come tipico delle opere di Miyazaki, non sono semplicemente buoni o cattivi, ma mostrano un dualismo realistico, infatti anche l’Airone, pur accompagnando Mahito nel suo viaggio, talvolta mette ostacoli sul suo cammino. Altri personaggi ostili includono i famelici pellicani e i severi parrocchetti cannibali. Tuttavia, ci sono anche personaggi dolci e indifesi, come i Warawara, che ricordano le palline di fuliggine di “La Città Incantata”.
Infine, emerge il misterioso mago che ha creato questa strana dimensione e cerca un erede in Mahito. È possibile che il mago rappresenti lo stesso Miyazaki, confrontato con la sua eredità e il tramonto della sua carriera? Si spera che questo non sia un addio, ma se lo fosse, sarebbe sicuramente suggestivo e commovente.

Francesca Ganzinelli