L’angolo di Michele Anselmi 

Come forse sapete, in quest’Italia oscurantista e bigotta la procreazione medicalmente assistita è vietata alle donne single e alle coppie omosessuali. Conforta quindi sapere la Giuria Ecumenica del festival di Locarno, composta da membri protestanti e cattolici, abbia conferito il suo premio, lo scorso agosto, al film norvegese “Noi due sconosciuti”, in originale “Solomamma” in italiano, scritto e diretto dall’attrice e regista 46enne Janicke Askevold.
Bene ha fatto Teodora Film a farlo uscire da noi giovedì 7 maggio, a tre giorni dalla “Festa della mamma” (domenica 10) e mi auguro che la coincidenza, più simbolica che polemica, venga colta. Alla base c’è una storia vera, sia pure rielaborata per lo schermo, e se sulle prime si fa fatica a credere allo spunto narrativo, be’ qualcosa del genere invece è successo sul serio.
Siamo a Oslo. La quarantenne Edith è una madre single che ha avuto suo figlio maschio, Sigurd, oggi di quattro anni, grazie all’inseminazione artificiale. Il donatore dovrebbe restare segreto, ma l’amica Trine, che ha usufruito dello stesso “servizio”, riesce attraverso una registrazione vocale in inglese a indicare a Edith la possibile identità dell’uomo. Lei è combattuta, prova a reprimere l’istinto e la curiosità, ma poi cede: il padre biologico si chiama Niels Krohn, è un noto programmatore di videogiochi già al centro di una polemica di tipo etico, è sposato con due figli, vive in campagna a un passo da Oslo.
L’intervista che lei gli propone, avrete capito, è solo un pretesto per conoscere il padre di suo figlio. Solo che, bugia dopo bugia, mentre tra i due i rapporti si fanno più intimi per le strane giravolte dell’esistenza, tutto scivolerà verso una strana resa dei conti…
«È solo un donatore, non m’interessa sapere altro» prova a giustificarsi Edith parlando con l’amica che molto la critica per quella specie di catastrofica indagine, e intanto le cose si complicano perché la mamma della giornalista dà segnali di confusione e prematura demenza.
Stretto tra desiderio, dovere e deontologia professionale, il personaggio di Edith trova in Lisa Loven Kongsli un’interprete precisa, anche fisicamente: di una bellezza elegante, sobria, non vistosa, molto nordica, e certo ascoltarla parlare in norvegese è un’altra cosa rispetto al doppiaggio italiano. Mentre lui, all’inizio stupito da quella richiesta giornalistica e poi allertato da alcuni atteggiamenti della donna, è incarnato con misura da Herbert Nordrum (bisogna arrivare al toccante sottofinale per capire perché, anni prima, decise di masturbarsi in quel bicchiere).
“Noi due sconosciuti” a suo modo applica una sorta di suspense al resoconto degli eventi; non sarà un capolavoro, ma è intessuto di osservazioni acute sul tema della “monogenitorialità” e dell’innamoramento, non fa sconti sentimentali, depositando nello sguardo dello spettatore una possibile soluzione morale della delicata questione.
Lo so che al cinema ci sono solo le file per “Il diavolo veste Prada 2” e “Michael”, tuttavia consiglio di farci un pensierino.
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UN INTERESSANTE SCRITTO della regista Janicke Askevold
«Ho sempre più amiche che scelgono di diventare madri single, soprattutto dopo la modifica delle leggi norvegesi sulle biotecnologie che ha consentito alle donne sole di accedere alla procreazione assistita. L’idea è nata dalla storia vera di un’amica: con le poche informazioni fornite dalla banca del seme, è riuscita a identificare il donatore e lo ha contattato. Si sono incontrati, hanno avuto una breve relazione e quello spazio intimo, eticamente complesso, tra biologia e famiglia mi è sembrato il punto di partenza ideale per un film.
«Credo che in quei Paesi in cui la pratica è ancora illegale, gli spettatori potrebbero percepire “Noi due sconosciuti” in modo diverso rispetto a quelli dei Paesi nordici, dove le persone custodiscono una visione più progressista su questi temi. Per esempio, nel dibattito sui presunti “pericoli” legati al crescere senza un padre, diversi studi hanno dimostrato che i bambini allevati esclusivamente da donne tendono a essere sicuri e felici come tutti gli altri. In ogni caso mi ha sorpreso che un po’ ovunque la reazione prevalente sia stata di curiosità. Le persone vogliono capire come funziona il sistema in Scandinavia, cosa significa per i bambini e come vengono selezionati i donatori. Anche in contesti conservatori, le discussioni sono state aperte e rispettose.
«Quando ho pensato al personaggio di Edith, non volevo che sembrasse un’eroina; doveva essere un personaggio complesso, con pregi e difetti. Ha dei dubbi, anche se ci tiene ad apparire forte e indipendente. È una giornalista, fa una professione che mi ha sempre affascinato: implica responsabilità ma anche una sana curiosità, che qui diventa il motore del film».

Michele Anselmi