L’angolo di Michele Anselmi

Cammini per Montalcino, il piccolo Comune del Senese dove tutto è Brunello, nel senso del vino, e senti praticamente solo parlare inglese. Sarà per questo che si chiama “Red Line”, fors’anche in chiave allusiva, il festival internazionale giunto alla sua terza edizione. Si chiude domani sera, domenica 14 giugno; lo pilotano, con avventuroso senso della sfida, Antonio Spanò e Francesco Picciolo.

Francamente, confesso, non ne conoscevo l’esistenza, ma Paolo Benvenuti, il regista pisano oggi ottantenne, autore di film come “Il bacio di Giuda”, “Confortorio”, “Gostanza da Libbiano” e numerosi altri, mi ha convinto a farci un salto: aveva ragione. Perché il Red Line International Film Festival, tutto scritto rigorosamente in inglese, ha un suo perché: può contare su un pubblico vario e non solo locale; usa con accortezza il limitato budget a disposizione, nella speranza di un futuro contributo da parte della Regione Toscana; alterna incontri, “masterclass”, proiezioni al Teatro degli Astrusi e nel cortile dell’antico Castello (serali); offre una curiosa proposta di lungometraggi, perlopiù già usciti nelle sale con scarsa fortuna commerciale, e di cortometraggi in buona misura inediti; allinea mostre fotografiche e spettacoli teatrali. Il tutto, s’intende, innaffiato dal famoso vino rosso stagionato sei anni che fa tutt’uno con la vita e le attività dei circa 5.600 ilcinesi (si chiamano così gli abitanti di Montalcino).

Per dire. Ieri, venerdì, il direttore della fotografia svizzero Patrick Tresch ha discusso, mostrando praticamente le sue tecniche di ripresa, sul tema “Il linguaggio fisico della telecamera” tra documentarismo e finzione. Subito dopo i giornalisti inglesi Vanessa Thorpe e Martin Bright, con al centro Sir Quentin Thomas, già presidente della Commissione britannica di classificazione, si sono misurati con il delicato argomento della censura e della liberà artistica nel cinema. Uno sguardo sulla situazione italiana non avrebbe guastato, specie alla luce dell’insensato divieto ai minori di 14 impartito dai 49 censori italiani in attivo preso la ministeriale Direzione cinema al film franco-tunisino “La più piccola” di Hafsia Herzi. E in serata, al Castello, è stato proiettato l’italico western “Testa o croce?” diretto dalla coppia Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis.

Non potendo contare, per ovvie ragioni, su anteprime assolute, il Red Line Festival lavora su approfondimenti, curiosità e riscoperte, il tutto in una chiave rigorosamente bilingue, anche per accogliere il gran numero di anglosassoni venuti a vivere nella Val d’Orcia.

Stamattina invece è toccato a Benvenuti, pure giurato del concorso internazionale (lungometraggi e cortometraggi), il compito di fare un po’ da padrone di casa. Alle 9.30, qui non si sgarra con gli orari, il regista è partito da quattro cortometraggi d’autore per una sorta di riflessione pubblica, certo altamente personale, su “Leggere il cinema”: ovvero su come vedere un film, per apprezzarne stile, sguardo, contenuti, scansando, se possibile, le formule più banali.

Poi, alle 11 in punto, è partito “Il bacio di Giuda”, il suo primo film, risalente al 1988. Ricordo ancora bene, ero giovane critico a “l’Unità”, di averne scritto dalla Mostra di Venezia, e il caso volle che quello fosse anche l’anno, al Lido, di “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese.

Qualcuno forse ricorderà, tra i cinefili meno giovani. Con un budget ridotto all’osso, circa 250 milioni di lire in tutto, l’ateo e comunista Benvenuti partì da un libro di Mario Brelich intitolato “L’opera del tradimento” per raccontare il suo punto di vista su Giuda. L’Iscariota non come un condensato di avida malvagità, un traditore puro da associare a Lucifero nel dantesco “Inferno”, bensì un elemento cruciale, anzi necessario, affinché si compisse il sacrificio del Messia, nei modi più esemplari e tragici, alla vigilia della Pasqua. Uno strumento consapevole, forse l’amico più vero di Gesù, il discepolo colto al quale non a caso erano stati affidati i denari necessari alla sopravvivenza della piccola comunità di apostoli.

Ventotto anni dopo Giulio Base avrebbe fatto qualcosa di simile con “Il Vangelo di Giuda”, uscito con qualche fatica nei mesi scorsi, sicuramente da vedere, se lo trovate, in un ideale confronto ravvicinato con “Il bacio di Giuda”. Anche per Base «il tradimento non è la colonna vertebrale della storia di Giuda. Semmai è il coraggio di fare ciò che Gesù gli ha ordinato e di essere l’unico degli apostoli a morire con lui: Gesù crocifisso, Giuda impiccato».

Al suo solito, Benvenuti è stato facondo e colorito nel rievocare i guai toccati a quel suo film: prima rifiutato in toto dalla Chiesa cattolica, nonostante l’interesse manifestato dall’autorevole critico di “La Civiltà Cattolica”, lo scomparso Virgilio Fantuzzi, poi “rivalutato” e addirittura sistemato al centro di un dotto convegno della Cei dopo il ritrovamento del cosiddetto “Vangelo di Giuda”.

Colpisce la partecipazione attiva del pubblico, anche il più giovane, come spesso accade in questi piccoli ma densi festival, capaci di polarizzare l’attenzione non solo degli invitati venuti da fuori.

Vale per lo spettacolo teatrale “Betun”, in spagnolo significa bitume ma è anche il soprannome di un bambino venezuelano dalla vita complicata, proposto dalla compagnia Teatro Strappato, composta da Cecilia Scrittore e Vene Vieitez, lui anche traduttore prodigioso durante i dibattiti. Vale per la mostra fotografica “Il corpo e l’ignoto”, in corso dal 5 giugno, il cui sottotitolo recita “Due sguardi sull’umano, tra medicina e rituale”. Sono foto in bianco e nero, non solo belle: Enzo Cei s’inoltra con discrezione nelle camere operatorie specializzate in trapianti di organi, quasi fosse un membro dell’équipe medica; Marcella Marrone Pittaluga restituisce invece sfrenati riti messicani all’insegna della magia, tra sciamani, guaritori e crocifissi. Mi auguro che possa essere vista anche altrove in Italia.

Michele Anselmi