L’angolo di Michele Anselmi 

Si può dare credito agli Oscar? Dipende dalle annate e dagli umori dei giurati, fors’anche dal clima generale politico che si respira di volta in volta negli Stati Uniti. Ma direi che questa 98ª edizione sia finita bene, nel senso che non si notano svarioni o sopravvalutazioni. Come saprete già, se avete ascoltato i radiogiornali, “Una battaglia dopo l’altra” del 55enne Paul Thomas Anderson è il vincitore assoluto, con ben sei statuette, quattro delle quali “pesanti”; miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura e miglior attore non protagonista.
Il film, targato Warner Bros, è stato un successo ovunque, da noi ha superato di poco i 5 milioni di euro al botteghino, bene ma non benissimo; e soprattutto premiarlo in questa misura deve essere apparso un modo per dire al presidente Trump qual è l’aria che tira nel cinema americano. Del resto tutta la cerimonia, leggo, è stata all’insegna dello sfottò nei confronti del pasticcione alla Casa Bianca e di sua moglie Melania, con affondi anche più espliciti da parte dello spagnolo Javier Bardem, che dal palco ha urlato, tra gli applausi degli astanti, «No alla guerra e Palestina libera».
Certo un successo personale per il regista, sempre snobbato dagli Oscar, nonostante avesse accumulato negli anni ben undici nomination, o forse quattordici, con i suoi bei film: da “Boogie Nights – L’altra Hollywood” a “Magnolia”, da “Vizio di forma” a “Il filo nascosto”, per dirne alcuni che mi piacciono. «Non sono un politico, sono un cineasta. Il mio dovrebbe essere solo un film d’azione su un uomo che cerca di riavere sua figlia. Ma certo quello che vedo ogni giorno mi pesa sul cuore per il mondo» ha scandito al Dolby Theatre con parole misurate, giuste.
Conoscerete anche gli altri premi principali. Il favorito “Sinners – I peccatori” ne ha presi quattro, rispetto alle sedici nomination, ma quello andato a Michael B, Jordan, come attore protagonista addirittura in due parti, è certamente meritato. Qualcuno pensava che la partita vera, in quella categoria, fosse tra Leonardo DiCaprio e Timothée Chalamet, rispettivamente per “Una battaglia dopo l’altra” e “Marty Supreme”, ma il muscoloso afroamericano che combatte i vampiri razzisti degli anni Trenta ha avuto la meglio, anche perché è bravo davvero.
L’irlandese Jessie Buckley era destinata, con la sua notevole prova in “Hamnet – Nel nome del figlio”, a conquistare la statuetta come migliore attrice protagonista, anche se io penso che sia più brava in “La Sposa!”, uscito da poco nelle sale americane e quindi non in gara. Alle voci miglior attori non protagonisti hanno vinto Sean Penn (non presente in sala) per “Una battaglia dopo l’altra” e la ritrovata Amy Madigan per l’horror “Weapons”: due interpreti di forte carattere, anche di una certa età, ed è innegabile che Penn ceselli con grottesca efficacia quel soldato fanatico e sovranista che non dispiacerebbe al nostro ex generale Vannacci.
Sul fronte del miglior film internazionale, un tempo miglior film straniero, l’affermazione di “Sentimental Value” mette d’accordo tutti: Joachim Trier è un cineasta di pregio, la sua meditazione su cinema, vita e famiglia è di forte impatto drammaturgico, infatti è piaciuta a tutti, anche sul piano del risultato commerciale; ma io, personalmente, continuo a pensare che il brasiliano “L’agente segreto” di Kleber Mendonça Filho, purtroppo snobbato dal pubblico italiano, appena 500 mila euro in tutto, fosse superiore, o almeno più audace e vitale.
PS. Ho smesso da anni di seguire la Notte degli Oscar in diretta televisiva. Un tempo si faceva in compagnia dei colleghi, tirando mattina e scommettendo per ridere sulle varie categorie, ma eravamo giovani e pensavamo che ne valesse la pena. La sola idea di farlo oggi mi sollecita un solo pensiero: tempo sottratto al sonno.

Michele Anselmi