L’angolo di Michele Anselmi
Su consiglio di Marco Giusti, che l’aveva recensito con interesse su Dagospia, ho visto su Netflix “Il falsario”, il film di Stefano Lodovichi, prodotto da Cattleya, sulla piattaforma dal 23 gennaio, dopo un passaggio alla scorsa Festa del cinema di Roma. Dirò la verità: allo scoccare della prima ora, per la precisione 63 minuti, in coincidenza con il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani, ho smesso. Lo so: è scritto da Sandro Petraglia e Lorenzo Bagnatori, addirittura con la consulenza storica di Miguel Gotor, sulla base del libro “Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo” di Nicola Biondo e Massimo Veneziani del 2008. Il film s’ispira alla storia del vero falsario Antonio Chichiarelli, abruzzese, vissuto a Roma tra gli anni Settanta e Ottanta, ucciso con due colpi di pistola sotto casa, al quartiere Talenti, nel 1984, per un regolamento di conti.
Cast di buon rilievo: da Pietro Castellitto (il protagonista) a Giulia Michelini, da Claudio Santamaria a Edoardo Pesce, da Aurora Giovinazzo a Fabrizio Ferracane. Eppure tutto mi sembrava fasullo, dai costumi alle acconciature, dagli interni alle automobili, dalla violenza esibita alle sottotrame politiche. Per non dire della calata romanesca in stile “Romanzo criminale”, ormai diventata una specie di classico televisivo, una forma di esperanto dialettale. M’è venuto da pensare soprattutto a Edoardo Pesce, che incarna un feroce boss della mala, detto Balbo, specializzato in torture e ammazzamenti vari, con baffoni a U rovesciata, montone di pelle con pelo e macchina sportiva (nella foto). Dopo “Dogman” ha dimostrato di essere, nonostante la mole e la grinta, un attore versatile, se ben diretto. Mi chiedo: ma non s’è stufato di fare sempre la stessa parte?
PS. Giovedì esce nelle sale “L’agente segreto”, straordinario film brasiliano ambientato suppergiù nello stesso periodo: il 1977. Ma lì tutto sembra vero, studiato, anche nei dettagli, nelle facce, negli scorci.
Michele Anselmi