Presentato in concorso alla 81° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, “Stranger Eyes”, l’ultimo lungometraggio del regista singaporiano Yeo Siew Hua (vincitore del Pardo d’Oro al Festival di Locarno 2018), utilizza i codici del thriller per esplorare, da un lato, la condizione di totale mancanza di privacy in cui vivono gli abitanti di Singapore — il paese con il maggior numero di videocamere di sorveglianza pro capite al mondo — e, dall’altro, per interrogare lo spettatore sull’efficacia e i limiti del proprio sguardo, in particolare sulla sua capacità di rivelare ciò che non si conosce.
Il film si apre con la riproduzione di un filmato, contenuto in un DVD, che mostra una giovane coppia di genitori con la loro figlia al parco. Quello che sembra a prima vista essere un semplice scenario di vita quotidiana è destinato però a lasciare spazio a qualcosa di macabro: il voice over della madre (che sta analizzando il video andando avanti e indietro col minutaggio) ci informa che quella è stata l’ultima volta che la famiglia ha visto la bambina e che il dispositivo attraverso il quale ha visto il filmato è stato recapitato a casa da uno sconosciuto, che avrebbe ripreso di nascosto la scena con una piccola videocamera digitale. La coppia, dopo la sconcertante scoperta (che ricorda molto l’incipit del film “Niente da nascondere” di Michael Haneke), si reca al commissariato di polizia per denunciare l’accaduto, ma le risposte che i giovani coniugi ottengono dagli agenti sono tutt’altro che positive, poiché i DVD che hanno visionato sono pressoché impossibili da tracciare, rendendo quindi molto difficile il tentativo di risalire al presunto voyeur.
Nel riprendere i propri attori attraverso formati visivi diversi, quali la schermata di una telecamera a circuito chiuso o il filmato registrato da una mini DV, il cineasta di Singapore riesce molto bene a restituire la sensazione di “ingabbiamento” che vivono i protagonisti della storia, essendo inseriti in un contesto sociale talmente alienante come quello della città-stato insulare del Sud Est asiatico. Ma il tema della sorveglianza non risulta essere l’unica priorità per l’autore, perché a circa metà film assistiamo ad un deciso cambio di rotta nella sceneggiatura: quando si assume la prospettiva del famigerato voyeur, la narrazione vira dai toni inquieti e oscuri del thriller per abbracciare una dimensione emotiva e, allo stesso tempo, contemplativa, che mette in luce degli aspetti fino a quel momento non considerati.
Il nostro “guardone” (interpretato da Lee Kang-Sheng, attore feticcio del regista taiwanese Tsai Ming-Liang) è fondamentalmente un uomo depresso di mezza età che conduce uno stile di vita privo di qualsiasi forma di intrattenimento o di eccesso: lavora in un supermercato, vive in casa con la madre e come hobby ha l’abitudine di guardarsi le dirette streaming della ragazza che spia, intenta ad improvvisarsi dj. Ed è proprio in questa esistenza condotta parallelamente alle vite degli altri che il film sembra trovare il suo punto (ideale) di arrivo: nello stare sempre dietro all’altro, nel seguirlo e nel pedinarlo, facendo da “ombra” senza che la propria presenza arrivi mai ad intaccare lo spazio altrui, c’è la possibilità – inizialmente creduta impossibile – di instaurare una connessione profonda tra due individui che sono perfetti sconosciuti.
Riempiendo lo spazio vuoto precedentemente occupato dall’altro si può arrivare, secondo Yeo Siew Hua, a stabilire in un certo modo un legame emotivo con l’altra persona, sintonizzandosi sulla stessa lunghezza d’onda pur non arrivando mai ad incontrarsi fisicamente. In questo senso, l’influenza dell’opera di un cineasta quale Tsai Ming-Liang si fa sentire, non tanto per la fissità di alcune inquadrature che ricordano i tratti distintivi del suo cinema (e neanche per la presenza del suo attore feticcio), quanto piuttosto per il trattamento di questa distanza emotiva tra i personaggi. Come nei film di Tsai, dove i protagonisti spesso vivono separati l’uno dall’altro, anche in “Stranger Eyes” la connessione fisica tra le persone rimane inaccessibile: la solitudine degli individui, il desiderio di contatto che non finisce mai per concretizzarsi, e la riflessione sulla possibilità di connessioni invisibili si ritrovano in entrambi i registi, che raccontano storie di persone apparentemente lontane, ma legate da un’invisibile e potente affinità.

Daniele Schina