L’angolo di Michele Anselmi

Se vi pare che la storia narrata da “The Agency” sia familiare, be’ avete ragione. La miniserie in dieci puntate di Joe Wright, da qualche giorno su Paramount+, rifà in inglese ciò che fu, nel lontano 2015, la francese “Le Bureau – Sotto copertura” di Éric Rochant. D’altro canto anche le piattaforme vivono di remake, e “Le Bureau”, poi arricchito da vari seguiti, custodisce un meccanismo drammaturgico che funziona con i più diversi servizi segreti. Così la Dgse, cioè la Direction générale de la Sécurité extérieure, diventa la Cia, non siamo più a Parigi bensì a Londra, nella gigantesca sede europea dell’Agenzia, un dipartimento chiamata a occuparsi di territori più vicini rispetto a Langley.
Ho visto le prime due puntate disponibili su Paramount+, sicuramente vedrò le altre otto: grazie soprattutto alla regia di Joe Wright, il 52enne cineasta britannico di film come “L’ora più buia” e serie come “M – Il figlio del secolo” (girata in italiano, dal libro di Antonio Scurati, a gennaio su Sky). Wright sa muoversi facilmente nei contesti storici più diversi, portando dentro i suoi film, non importa se pensati per il grande schermo o per il piccolo, una qualità estetica, un senso del ritmo, un tocco personale, anche uno sguardo non convenzionale rispetto al “genere”.
Naturalmente il modello francese possedeva il timbro dell’originalità: facce, ambientazioni, dinamiche, interessi nazionali. Con Mathieu Kassovitz, nel ruolo di “Malotru”, l’agente segreto che torna a Parigi dopo aver passato sei anni “sotto copertura” in Siria. Non tutti si fidano di lui, anche perché il richiamo inatteso in patria non gl’impedisce di frequentare ancora una bella professoressa conosciuta a Damasco (che sia una spia anche lei?).
Lo stesso accade in “The Agency”: solo che adesso è Michael Fassbender, nome in codice “Martian”, ad essere richiamato a Londra, dopo aver lavorato per sei anni ad Addis Abeba “sotto copertura”. E proprio nella capitale inglese viene raggiunto, a sorpresa, dalla sensuale professoressa Sami Zahir.
Naturalmente non cambiano solo i visi e i contesti geopolitici: in “The Agency” c’è di mezzo la guerra in Ucraina, la Bielorussia svolge un ruolo cruciale, un agente detto “Coyote” è scomparso nel nulla dopo essere stato catturato ubriaco a Minsk, una ragazza della Ditta dev’essere spedita in Iran, insomma tanta carne al fuoco.
Fassbender, pure coproduttore insieme a George Clooney, ricorda un po’ il sicario di “The Killer”, anche se scherza con la figlia adolescente su pistole, fucili, veleni e “cimici”. Però alla Cia c’è chi sospetta di lui, sarà la procedura, e d’altro canto vivere sei anni con l’identità di un altro lascerebbe qualche segno nella psiche di chiunque.
Poi, certo, il rifacimento anglofono gioca su un certo “glamour”, a partire dagli interpreti coinvolti: Fassbender, l’amante nera Jodie Turner-Smith, Jeffrey Wright, John Magaro, Saura Lightfoot-Leon, il redivivo Richard Gere nei panni nel capo-sede, così diverso rispetto al dimesso francese Jean-Pierre Darroussin della serie originale.
Il trailer promette sfracelli sul piano dell’azione esplosiva, insomma le cose s’incasineranno parecchio, anche se, come succede con le migliori storie di spie, è poi il cosiddetto fattore umano a condizionare le vite di uomini e donne, specie l’amore, che è notoriamente cieco, quindi ampiamente manovrabile.

Michele Anselmi