La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor | 24
E in coda alla premiazione, a chiudere la 81ª Mostra del cinema, arriva il nuovo film di Pupi Avati. Si chiama “L’orto americano”, è in bianco e nero, una sorta di gotico padano, genere spesso frequentato dall’85enne bolognese. Sin dai tempi di “La casa dalle finestre che ridono” Avati s’è divertito, con intervalli regolari, a spaventare il suo pubblico, tirando in ballo oscure leggende e maledizioni paranormali.
Si parte dal 1946, subito dopo la Seconda guerra mondiale: ma non siamo in Italia, bensì a Davenport, nell’Iowa. Un gentile giovanotto italiano, un Lui di cui non sapremo il nome, è approdato sin lì per scrivere il suo romanzo, e il caso vuole che si sistemi nella casa attigua a quella di un’anziana signora distrutta dal dolore. Sua figlia Barbara, infermiera dell’esercito americano, non è mai tornata dal fronte italiano, e lei si strugge nel ricordo. L’italiano prova a confortare la donna, così scopre da una fotografia che Barbara è proprio la bellissima fanciulla che incrociò un anno prima in una barbieria bolognese, trasformando quella “visione” in un amore totalmente idealizzato.
Dentro “L’orto americano” ci sono temi ricorrenti nel cinema di Avati. Il culto dei defunti, con i quali si può parlare sentendone le “voci”; la pazzia che tale non è ma isola socialmente e mette all’indice; i dettagli orrorifici che derivano da segrete turbe sessuali; un apparato simbolico che pesca nella cultura antica (qui i poeti greci Bacchilide e Pindaro). In più c’è il secondo Dopoguerra, dalle parti del Po, laddove l’acqua dolce del fiume si mischia con quella salata dell’Adriatico, in un contesto paludoso, s’intende desolato e minaccioso.
Meglio non raccontare il resto della storia, per non rovinare la sorpresa allo spettatore: sappiate solo che, una volta tornato in Italia, il giovanotto si mette alla ricerca di Barbara, nella speranza di trovarla viva, invece s’imbatterà in una crudele storia di femminicidi e mutilazioni genitali. Scrive Avati: “Sarà il mostrare quest’Italia ridotta in macerie, nella comparazione con la rassicurante America, a tratteggiare simbolicamente il disagio mentale che accompagna l’io narrante della nostra storia”.
Il pregio di “L’orto americano” sta nell’ambientazione scelta e nel clima di desolata minaccia che avvolge il sensibile protagonista, alter-ego del regista; il difetto nella costruzione, qua e là divagante, di una suspense vecchio stile (con tanto di musiche alla Roger Corman). Ma Filippo Scotti, che fu lanciato da Sorrentino con “È stata la mano di Dio”, è convincente, sottile e se la cava bene con l’inglese nella prima parte; mentre Rita Tushingham, Chiara Caselli, Roberto De Francesco, Nicola Nocella, Massimo Bonetti, Claudio Botosso s’intonano al disegno avatiano, tra affondi dialettali e torve allusioni. Il film, scritto da Avati col figlio Tommaso, uscirà distribuito da 01 Distribution, non saprei dire quando.
PS. Solo per noi protestanti. L’interno della chiesa americana che si vede nel film in realtà è il Tempio valdese di piazza Cavour, a Roma.
Michele Anselmi