L’angolo di Michele Anselmi
Tutta colpa dell’asteismo, che non ha nulla a che fare con l’ateismo. Trattasi infatti di figura retorica di origine greca che si basa sull’uso dell’ironia e della lusinga celata sotto l’apparenza del biasimo. Per una questione di asteismo il giovane professore Julien Keller, che insegna letteratura in una scuola media della periferia parigina, si ritrova accusato di molestie sessuali ai danni di una studentessa, essendo peraltro gay. Ed è solo l’inizio del suo calvario senza sbocchi.
Giovedì 27 febbraio esce con No.Mad Entertainment un piccolo film francese che si chiama “Silenzio!”, sottotitolo: “Niente scandali tra i banchi di scuola”. L’ha diretto, sulla base di una dolorosa esperienza personale, il regista e insegnante Teddy Lussi-Modeste, classe 1978, e debbo riconoscere di averlo visto con un crescente disagio, quasi fosse un thriller dell’anima nel quale l’ambiente scolastico si tinge di nero e smantella ogni speranza, secondo quanto teorizzato dalla Legge di Murphy («Se qualcosa può andare storto, lo farà»).
A scatenare l’inferno è un complimento a scopo didattico, per spiegare appunto il senso della parola asteismo, che Julien rivolge senza malizia alcuna alla giovane Leslie, un’adolescente silenziosa e forse oppressa da una strana situazione familiare. Subornata da due compagne di classe e supportata dal fratello manesco, la ragazzina denuncia il prof alla polizia e a quel punto tutto si complica. I colleghi insegnanti, sulle prime solidali, cominciano a nutrire dei dubbi, il preside prende tempo, si moltiplicano le minacce e perfino gli studenti sentono l’odore del sangue.
«Non dirò a tutta la scuola che sono gay solo per dimostrare he non ci ho provato con un’allieva» scandisce Julien al suo compagno Walid, ma ormai il danno è fatto. A quel punto, avrete capito, non si tratterà più di commentare un verso romantico sulla seduzione del poeta Pierre de Ronsard (1524-1585), bensì di arginare un fiume di fango, mentre tutto marcisce nella maldicenza e nell’impotenza.
Siamo dalle parti di film come “Il sospetto” di Thomas Vinterberg e “La sala professori” di Ilker Çatak: la scuola come arena, simbolica e concreta allo stesso tempo, nella quale le migliori intenzioni di un docente illuminato diventano, per eterogenesi dei fini, prove infamanti.
François Civil, il D’Artagnan del recente dittico “I tre moschettieri”, trova gli accenti giusti nell’incarnare lo smarrito insegnante: privato di autorità in classe, compatito o addirittura accusato dai colleghi, incapace di tenere insieme vita privata e ruolo pubblico, perfino spiato quando si lascia andare a un ballo liberatorio in un locale per omosessuali.
Il film, poco meno di novanta minuti, forse non è impeccabile sul piano della tenuta drammaturgica, ma certo si parteggia per Julien, colpito da una ferocia insensata, soprattutto dal vigliacco comportamento di chi non prova nemmeno a capire, preferendo considerarlo «colpevole»: anche se non si capisce di cosa.
Michele Anselmi