L’angolo di Michele Anselmi
Rosa Balistreri: cantante e cantastorie siciliana, donna indomita e ribelle, madre irrisolta e dolente, una proletaria che seppe trasformare la canzone popolare in una sorta di testimonianza, politica ed esistenziale allo stesso tempo. La sua vita, srotolatasi tra il 1927 e il 1990, è ora raccolta in un cine-ritratto di Paolo Licata, classe 1981: si chiama “L’amore che ho”, arriva nelle sale giovedì 8 maggio, targato Dea Film.
La narrazione è classica, nonostante il fitto andirivieni temporale che scandisce, spesso chiarendo a posteriori quanto suggerito prima, le tappe cruciali di un’esistenza scorticata: la povertà assoluta nella natia Licata, un matrimonio combinato, uno stupro con gravidanza, violenze e sfruttamento, lutti e abbandoni…
All’inizio Rosa appare come una specie di Patti Smith folk, quasi a rovesciare una certa immagine oleografica della cantante dialettale. Siamo nel 1990, lei ha bisogno di cantare per guadagnare e dare un senso alla propria vita, ora che il successo degli anni Sessanta, quando Dario Fo e Franca Rame l’avevano voluta nello spettacolo “Ci ragiono e canto”, sembra lontano. Certo lei, incazzosa e fiera, non s’è fatta mancare nulla a conferma di quel suo caratterino: manda a quel paese Francis Ford Coppola che la vorrebbe per “Il Padrino”, reagisce da par suo all’esclusione dal festival di Sanremo, molla per un tradimento subito il pittore fiorentino Manfredi Lombardi col quale aveva vissuto due decenni sull’Arno e gli aveva presentato artisti come Renato Guttuso e Ignazio Buttitta.
Il titolo “L’amore che ho” viene da una canzone di Balistreri, in siciliano “L’amuri ca v’haiu”, ovvero «l’amore che ho per voi», a sua volta usato dal nipote Luca Torregrossa per il libro usato come traccia dai quattro sceneggiatori, forse troppi e un po’ si sente: ovvero il regista, Maurizio Quagliana, Antonio Guadalupi e Heidrun Schleef.
Certo Licata pigia tante cose dentro le due ore di film, in una chiave da fosco melodramma, con qualche sottolineatura eccessiva, benché i fatti corrispondano in buona misura alla realtà di quella Sicilia che maltrattava, umiliava e “mazziava” le donne. Ma lei, Rosa, non ci sta: usa pugni, calci e forbici per reagire al maschilismo patriarcale; e tuttavia, inseguendo il talento musicale che la consegna a una certa fama, non riesce a costruire un rapporto decente con la figlia Angela (meglio va col nipote Luca).
«Io non sono capace di amare, ma certo non sono capace di odiare come te» scandisce alla figlia, dopo che una serie di equivoci e risentimenti ha azzerato per anni ogni legame tra le due donne. La cantante vigorosa e la madre assente si mischiano quindi nell’omaggio che viene dal film. Costellato naturalmente di canzoni eseguite dalle tre attrici che incarnano Balistreri nel corso del tempo: Anita Pomario da ragazza, Donatella Finocchiaro da donna e Lucia Sardo nell’ultimo tratto dell’esistenza (mentre Angela è Tania Bambaci).
In una nuvola di fumo compare a un certo punto di spalle anche Andrea Camilleri, con la sua voce arrochita bene rifatta, ma lo spettacolo di teatro/canzone nel film non va in porto, a causa dell’ictus che uccide la cantante. Una che si dichiarava comunista e amava dire: «Sono un’attivista che fa comizi con la chitarra, sono l’artista dei disgraziati».
Nei panni della chitarrista Alice, Carmen Consoli compare in qualche scena e firma le musiche originali: la cantante catanese di “L’ultimo bacio” sembra raccogliere un ideale testimone, distaccandosi dal suo stile e mettendosi un po’ in gioco.
Michele Anselmi