L’angolo di Michele Anselmi

Ho visto le altre tre puntate, su sei, della miniserie “ACAB” di Michele Alhaique consultabile su Netflix. Trovo il finale, a suo modo clamoroso e altamente simbolico, anche perché ambientato il 31 di dicembre in una Roma irreale, piuttosto deludente, ma questo conta poco. E non anticipo nulla. Di sicuro gli autori, come dicevo in un precedente articolo che trovate in fondo a queste righe, hanno dovuto fare i conti con l’argomento delicato e controverso, ovvero la vita dei “celerini” che mantengono l’ordine pubblico nelle piazze, assumendo un punto di vista tra sociologico ed esistenziale, nel frattempo raccontando le contraddizioni nelle quali si muovono quegli stessi poliziotti, sul piano politico e istituzionale.
La scelta di far inclinare tutto il racconto verso il melodramma familiare, sia pure a forti tinte, si spiega con la linea editoriale di Netflix e di Cattleya; e del resto mi pare interessante quanto mi ha scritto una persona che ha partecipato al progetto: «Metà pubblico pensa che sia la solita serie contro i poliziotti cattivi, l’altra metà che li si giustifichi con la scusa che in fondo hanno un’anima». Un po’ è così.
Resta che, qualunque sia il motivo, le serie tv italiane sono inascoltabili, nel senso che attori e attrici non parlano: bisbigliano, sussurrano, sospirano, si mangiano le parole, come se parole che dicono non fossero importanti, perché conterebbe solo quell’atmosfera di “di verità” cercata.
Ho già posto varie volte l’argomento, anche recentemente a proposito di “Leopardi. Il poeta dell’infinito” di Sergio Rubini. Amici del ramo fiction, come Pietro Vega e Paolo Cingolani, mi hanno spiegato che il problema non riguarda soltanto la presa diretta sul set, ma anche la velocità delle riprese, il missaggio sonoro e la messa in onda. Ciò detto, mi pare un’assurdità vedere una serie italiana con i sottotitoli in italiano solo per capire i dialoghi. E io ci sento bene, anche se ho dovuto alzare fino a 40 il livello del sonoro per cogliere il senso di battute altrimenti inafferrabili.

Michele Anselmi