L’angolo di Michele Anselmi
Gira uno strano film su Netflix. Si chiama “Filip”, scritto proprio così, l’ha diretto un 71enne regista polacco, Michał Kwieciński, prendendo spunto da un romanzo semi-autobiografico di Leopald Tyrmand, 1961. Appena vedo una divisa nazista in genere passo ad altro: un po’ per la repulsione istintiva, un po’ perché spesso sono storie di maniera. Ma “Filip” custodisce un punto di vista interessante, volendo è una variazione sul tema di “Lubo”, il bel film di Giorgio Diritti che trovate ancora nelle sale (merita).
Filip sta per Philippe Junot, un sedicente cameriere francese che in realtà è un ebreo polacco scampato al massacro nel ghetto di Varsavia. Studente di architettura e ballerino dilettante, il giovanotto s’è rifatto una vita al calduccio, grazie ad un potente amico polacco che commercia coi nazisti, in un prestigioso hotel di Francoforte. Siamo nel 1943, ogni tanto cadono le bombe alleate e il regime comincia a scricchiolare. Ma Filip se la passa bene: è bello, piacione, ama il jazz di Duke Ellington, mangia e beve a piacimento, ha soldi per i vestiti, sa farci con le donne tedesche, infatti le rimorchia facilmente e se le porta a letto, anche se non dovrebbe, essendo vietato (chi trasgredisce finisce impiccato).
Soprattutto è cinico, o tale si finge: per non pensare alla famiglia deportata in un lager di sterminio, agli amici eliminati durante il pogrom. Con i colleghi camerieri, ciascuno dei quali viene da qualche Paese occupato (un belga, due olandesi, un italiano, un ungherese, un romeno…), ha costruito una piccola comunità solidale: rubacchiano in cucina, sputano nel caffè di un gerarca prima di servirgli la colazione.
E poi, appunto, ci sono le donne. Muscoloso e sessualmente dotato, con un viso affilato e una notevole faccia tosta, Filip ha una gran presa sulle femmine locali. Così, un po’ come lo zingaro Lubo di Diritti nella Svizzera di quegli anni, si prende la sua rivincita sui nazisti, fin quando non conosce Lisa, una graziosa fotografa che riscalda il suo “cuore in inverno”. Almeno così sembra e crediamo, mentre nell’hotel si prepara un sontuoso matrimonio di regime che espone tutto il personale a un rigido controllo.
Dura due ore “Filip”, è parlato in tedesco, polacco, francese e un po’ di italiano (consiglio la versione originale con i sottotitoli), soprattutto non annoia: perché indaga con una certa sapienza sui comportamenti di questo ebreo sopravvissuto, quasi un “miracolato”, che sembra muoversi agevolmente, senza scrupoli, in quel mondo di lusso e relativa libertà. Finché il castello di carte non comincia a crollare…
Occhio all’attore protagonista, il magnetico Eryk Kulm: ha 33 anni e risentiremo parlare di lui. Il suo Filip è un uomo che non si rilassa mai, spesso insonne, dedito a un tosto esercizio fisico notturno, tra la corsa, la boxe e la lotta libera. Gli serve per sfinirsi dopo essersi preso la sua vendetta scopando più tedesche che può.
Non tutto funziona, qualche cliché fa capolino, ma la tensione è ben orchestrata e ci sono almeno due sequenze mica male: il dialogo col faccendiere polacco che ha tutto (soldi, donne, abiti, case…) ma si vergogna di sé; e l’interrogatorio aggressivo condotto da un ufficiale nazista sospettoso che picchia il cameriere impassibile e tuttavia quasi lo invidia. Finale con sorpresa, quindi mi fermo qui.
Michele Anselmi