L’angolo di Michele Anselmi

“Non ho azioni, ho obbligazioni” scandisce l’operaio Antonio Riva al direttore della filiale n.12 dell’immaginaria Banca Popolare e Artigiana. “Le obbligazioni sono diventate azioni, lasciamole correre… Se le servono subito dei soldi, chieda un prestito” risponde il bancario infingardo. Domani, giovedì 23 novembre, esce nelle sale “Cento domeniche”, il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Antonio Albanese; producono Palomar e Leo, con la collaborazione di Vision Distribution.
Non è una storia allegra, semmai è una storia maledetta, velenosa. Ambientata dalle parti di Lecco, anzi a Olginate, dove nacque Albanese, anche se il pensiero corre al turpe fallimento di Veneto Banca e della Banca popolare di Vicenza, avvenuto nel 2017 a causa di una gestione truffaldina e irresponsabile. Una scritta sui titoli di coda recita: “Negli ultimi dieci anni, decine di miliardi di euro sono andati in fumo nei crac bancari. Pochi privilegiati sono riusciti a mettere al riparo i loro soldi. Centinaia di migliaia di persone non ci sono riuscite. Questo film è dedicato a loro”.
Alla sua quinta cine-regia, il 59enne Albanese racconta “il calvario di un uomo gentile e perbene che vede giorno dopo giorno tutta la sua vita andare in pezzi” (Gian Antonio Stella, “Corriere della Sera”). Il film è esattamente questo: una sorta di discesa agli inferi, in un mix devastante di ansia, vergogna e depressione, che accomunò migliaia di risparmiatori. Per dire: anche mia sorella, con Veneto Banca, fu raggirata attraverso un meccanismo feroce e bugiardo che molto assomiglia a quanto vediamo nel film.
Il titolo allude alle cento domeniche che servirono a un muratore, finito in ospedale, per costruire fuori dall’orario di lavoro la casa dove abita con la moglie. Questo è il mondo, fattivo e onesto, al quale appartiene Antonio Riva, cioè Albanese. Tornitore prepensionato e separato dalla moglie, vive con l’anziana madre affetta da demenza senile, va a letto con una donna ricca e sposata che vuole solo divertirsi con lui, gioca a bocce con gli amici, s’occupa dell’orto del suo “padrone”, alla Bonacina Motori & Nautica, e ogni tanto fa qualche turno in azienda per insegnare il lavoro ai nuovi. Soprattutto ha una bella figlia ventisettenne, commerciante di abiti, che sta per sposarsi: sicché lui, per tradizione e dignità, vuole pagare il pranzo di nozze più annessi e connessi. Servono, gli dicono, tra i 25 e i 30 mila euro; Antonio va in banca per sapere quando potrà ritirare quei denari, circa un terzo di quanto ha risparmiato in duri anni di lavoro, ma intuisce che qualcosa non va. C’è un strano e fosco clima in quella filiale, non è più “il confessionale” di un tempo.
“Voglio solo sapere dove sono finiti i miei soldi. Io non sapevo nulla delle azioni. Sono io il coglione e non loro i delinquenti?” si sfoga l’operaio con gli amici che un po’ lo sfottono e un po’ vorrebbero aiutarlo. Ma Antonio è avviato sul piano inclinato della disperazione: tutto crolla attorno a lui, il sostegno psicologico non pare funzionare, forse un gesto eclatante…
L’aria da tragedia annunciata è ben resa da “Cento domeniche”. Nell’andamento lento e realistico, il tutto dura 94 minuti, Albanese trova la dimensione giusta per raccontare lo sfacelo emotivo di questo quieto Cipputi, gravato da incombenze materiali, che vorrebbe solo essere un buon padre e un uomo decente. “Cento domeniche” non accusa una certa provincia livida e classista, il versante antropologico è trattato con misura dal copione di Albanese e Piero Guerrera.
Difetti? Pochi. Ogni tanto la recitazione di alcuni personaggi minori mi pare poco sorvegliata; e forse Albanese rifà un po’ sempre sé stesso: per gesti, sguardi, toni sussurrati e furori improvvisi. Ma gli interpreti sono tutti ben scelti: da Bebo Storti a Maurizio Donadoni e Elio De Capitani, da Liliana Bottone a Sandra Ceccarelli e Giulia Lazzarini.
Pregi? Parecchi. Specialmente l’uso meditato della musica, del tutto una novità nel cinema italiano. Per i primi 44 minuti non c’è una sola nota di commento musicale, appunto a restituire i vuoti e i pieni della vita vera, i “suoni” non molesti di un certo mondo post-proletario; poi, e mai quando i personaggi parlano, arriva l’evocativo e minimalista tema per pianoforte e archi di Giovanni Sollima. Solo un po’ di enfasi, però senza esagerare. Bravo, Albanese!

Michele Anselmi