L’angolo di Michele Anselmi
Al termine di una conferenza stampa “monstre” durata 150 minuti, tra esposizione dettagliata di tutti, proprio tutti, i titoli del menù (ma perché?) e botta e risposta coi giornalisti, il direttore Alberto Barbera sembra per un attimo perdere il tradizionale aplomb. Non gli va proprio giù che si parli dell’80ª edizione, 30 settembre-9 settembre, come di una Mostra “autarchica”. Non sarà autarchica, ma sei film tricolori in concorso sono tanti, troppi, non solo secondo il sottoscritto; e a non dire degli altri disseminati nelle varie sezioni: tre in Orizzonti, uno in Orizzonti Extra, quattro tra i Fuori concorso se contiamo anche “The Palace” di Roman Polanski realizzato con ingenti capitali nostrani, più corti e documentari.
Ma Barbera non ci sta: “Le Mostre del triennio 1939/’40/’41 furono autarchiche, allora non c’erano film francesi, americani, inglesi…”. E ancora: “Quest’anno su 82 lungometraggi solo dieci o poco più sono italiani. A Cannes ne mettono anche otto in gara, e così fa Berlino. Mi pare giusto sostenere il prodotto nazionale. Noi lo facciamo ora, perché la qualità lo consente. A fine Mostra mi direte se ho sbagliato o no”.
In realtà Barbera, pur fingendo umiltà, è convinto di aver fatto la scelta perfetta. Portando addirittura a sei, negli ultimi anni erano stati cinque, i giocatori della pattuglia italiana che concorre al Leone d’oro. Certo lo fa molto soffrire la decisione dei produttori di ritirare “Challengers” di Luca Guadagnino, girato in inglese e annunciato settimane fa come titolo d’apertura; l’uscita del film, definito “bellissimo”, è stata rinviata al 2024 dai produttori, Amazon, Mgm e Warner, a causa dello sciopero organizzato dalle associazioni Saga/Aftra; sicché nemmeno la star Zendaya sarebbe stata presente al Lido per promuoverlo.
Al suo posto, come si sa, c’è “Comandante” di Edoardo De Angelis, starring Pierfrancesco Favino, già preso in concorso e promosso in apertura per le sue caratteristiche spettacoli (una storia vera, di eroismo e sommergibili, ambientata nella Seconda guerra mondiale e costata 16-17 milioni di euro).
In fondo poteva andare peggio. Con l’eccezione di “Challengers”, tutti gli altri film americani, anche quelli prodotti da Netflix o da qualche major, sono stati confermati; adesso di tratterà di vedere se gli attori di quei medesimi film potranno godere di diplomatiche deroghe, in modo da essere presenti.
Qualche titolo di forte richiamo? Tra i Fuori concorso ci saranno: “Coup de chance” di Woody Allen, girato a Parigi in francese; “The Palace” appunto di Roman Polanski, coprodotto da Luca Barbareschi; e sempre di Barbareschi – sarà scambio di favori? – si vedrà “The Penitent”, da lui diretto e interpretato, partendo da un testo di David Mamet; e poi il mediometraggio di Wes Anderson, 40 minuti, intitolato “The Wonderful Story of Henry Sugar” e tratto da una serie dedicata ai racconti di Roald Dahl; il dramma teatrale “The Caine Mutiny – Court Martial”, una nuova versione firmata da William Friedkin; le 12 puntate della serie processuale francese “D’argent et de sang”, firmata da Xavier Giannoli, protagonista Vincent Lindon.
Ma certo le attenzioni sono in massima parte rivolte al concorso. La giuria, presieduta dall’americano Damien Chazelle, dovrà scegliere i premi da attribuire tra ventitré film, sei dei quali, come si diceva, battenti bandiera italiana: accanto a “Comandante” ci sono “Enea” di Pietro Castellitto (figlio), “Finalmente l’alba” di Saverio Costanzo, “Io Capitano” di Matteo Garrone, “Lubo” di Giorgio Diritti, “Adagio” di Stefano Sollima.
Magari, nel presentare il torrenziale film di Diritti, il direttore avrebbe potuto evitare di dire “Non sono un grande fan del suo cinema”, pur aggiungendo che stavolta “sono stato davvero sorpreso”; in compenso, non sono mancati i consueti aggettivi reboanti (“sorprendente”, “straordinario”, “sconvolgente”) per alcuni dei titoli in gara. Quali? Da “Ferrari” di Michael Mann a “The Killer” di David Fincher, da “Dogman” di Luc Besson a “Memory” di Michel Franco, da “Evil Does Not Exist” di Ryûsuki Hamaguchi (quello di “Drive My Car”) a “Poor Thing” di Yorgos Lanthimos.
Naturalmente, come si diceva all’inizio, l’Italia spunta da tutte le parti, e magari è ragionevole che sia così. Per esempio l’esordio alla regia dell’attrice Micaela Ramazzotti, “Felicità”, è stato inserito in Orizzonti Extra, mentre Liliana Cavani, destinataria di un Leone d’oro alla carriera insieme all’interprete asiatico Tony Leung, presenterà fuori concorso il suo nuovo “L’ordine del tempo” (e speriamo bene). Quanto alle star americane, pare evidente che alcune di esse non verranno al Lido, causa sciopero, ma il direttore è ottimista: “Spero che il tappeto rosso non sia così sguarnito come avete scritto”.
Non sfugge agli osservatori che a fine 2023 scade il mandato di Roberto Cicutto come presidente della Biennale, mentre Barbera avrà ancora un’altra Mostra da fare, quella del 2024. E poi? Ci si augura che il ministro alla Cultura, il molto attivo Gennaro Sangiuliano, rispetti le scadenze naturali e non imponga forzature o scorciatoie. Di sicuro il centrodestra vorrà un presidente politicamente di fiducia, non gli riesce da tanti anni (col manager berlusconiano Giulio Malgara la nomina saltò all’ultimo momento); quanto a Barbera, avendo dimostrato di essere duttile e capace, vedi mai che sia di nuovo confermato, anche se in tanti spingono per prenderne il posto. “Non temo niente, le polemiche ci sono sempre, fanno parte del gioco. Parleranno per me i film che ho scelto” scandisce il direttore della Mostra, misurando le parole; ma poi gli chiedono di quanto sta succedendo al Centro sperimentale di cinematografia e in materia si schiera, coraggiosamente, con la presidente Marta Donzelli, proprio la donna che la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni vuole fare fuori anzitempo o perlomeno imbrigliare.
Michele Anselmi