L’angolo di Michele Anselmi

La richiesta di Etienne è piuttosto audace, pure brutale: “Mi faresti un pompino in pubblico per mostrare agli altri che non sono gay?”. Lei, la quindicenne Lucie, non si scompone, ma lo guarda con compassione: “No, ho ancora un minimo di dignità”. Giovedì 12 ottobre, con No.Mad Entertainment, arriva nelle sale “Normale”, il nuovo film del regista Olivier Babinet, qualche mese fa premiato al festival di Giffoni. E naturalmente il titolo, uguale sia in francese sia in italiano, va preso per antifrasi, nel senso che nessuno sembra apparentemente “normale”, eccetto la giovane protagonista, in questa storia di provincia ambientata nel comune di Chelles, circa 50 mila abitanti, dipartimento della Senna.
Francamente non saprei dire che pubblico possa avere oggi in Italia, con l’ariaccia che tira per il cinema in sala, un film così, ma forse è inutile porsi il problema. Il punto di vista, sin dalla prima inquadratura, è quello di Lucie, la quale, leggendo quanto ha scritto in un quaderno, a mo’ di Io narrante, scandisce: “Questa è una storia di malessere, vergogna, disperazione, sesso, umiliazione. Aprite bene le orecchie e ascoltate”.
Lucie è più adulta della sua età. Ha perso la madre, accudisce il padre William affetto da progressiva sclerosi multipla, va a scuola e lavora in una panetteria per arrotondare. Ha i capelli biondi, gli occhiali, un viso gentile, un corpo femminile ancora in formazione. Soprattutto ostenta una fervida immaginazione, tendente all’horror, popolata di serial-killer e suicidi, con una passione per i bulbi oculari estratti dalle orbite.
Pedinata dalla cinepresa, l’adolescente sembra imperturbabile, ma certo Etienne, compagno di classe, le piace, anche se lui vorrebbe piacere alla più disinibita Astrid. E intanto il padre, ex motociclista a un passo dalla cecità con una passione per le merendine “Bounty”, la coinvolge in strani giochi al computer un po’ sanguinolenti, pieni di zombi e allucinazioni.
A suo modo, “Normale” è un romanzo di formazione, con la cangiante ragazza che attraversa trappole, vessazioni e sofferenze senza perdersi d’animo, anche se una fuga in moto con Etienne, dopo una disastrosa recita scolastica disturbata da un gruppo di giovinetti omofobi, sembrerebbe destinata a finire male.
Tratto da una pièce teatrale originariamente ambientata in Scozia, “The Monster in the Hall” (il mostro in questione è una motocicletta arrugginita, in disuso), il film è tenero e crudele allo stesso tempo; Babinet vi porta dentro alcune esperienze personali fatte in una scuola media della banlieue parigina e siamo un po’ dalle parti, per rendere l’idea cromatica, dei fratelli Dardenne, ma con un sovrappiù di musica inutile. Il tema dell’identità sessuale torna sottopelle, insieme al ritratto di una condizione umana tra indigente e infelice. I tre interpreti principali sono Justine Lacroix, Benoît Poelvoorde e Joseph Rozé, rispettivamente nei ruoli di Lucie, del padre malato e di Etienne. Bravi e misurati, in linea con lo stile livido/realistico, ma un po’ compressi in una narrazione dall’andamento circolare.

Michele Anselmi