L’angolo di Michele Anselmi
Neanche il migliore sceneggiatore avrebbe saputo scrivere, credo, parole come quelle che echeggiano in “Tante facce nella memoria”, il film che Francesca Comencini ha tratto da un suo spettacolo teatrale del 2015. Parole dure, disperate, umanissime, anche tenere e audaci, frutto di un evento indicibile: la strage delle Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944, dopo l’attentato del giorno prima in via Rasella a un battaglione d’occupazione del Polizeiregiment “Bozen”. L’americanista Alessandro Portelli raccolse centinaia di racconti orali attorno al massacro di quei 335 uomini, perlopiù ebrei antifascisti, rastrellati, portati nelle cave, uccisi per ore, a gruppi di cinque, e lì sepolti perché nessuno vedesse.
“Tante facce nella memoria” – il titolo viene da un verso di “Sempre” di Gabriella Ferri – passa oggi, sabato 28 ottobre, alla Festa del cinema di Roma: alle 21 proiezione ufficiale all’Auditorium, alle 21.30 replica al cinema Giulio Cesare, e domani, domenica, ulteriore replica al cinema Aquila, ore 18.
Dura 75 minuti questo film atipico, di impianto teatrale ma non statico nell’andamento, illuminato con elegante misura da Luca Bigazzi, costumi di Paola Comencini, recitato benissimo da sei attrici, che sono Lunetta Savino, Carlotta Natoli, Simonetta Solder, Bianca Nappi, Chiara Tomarelli e Mia Benedetta (quest’ultima firma anche la drammaturgia con la regista). Tutte sedute l’una accanto all’altra, con dietro un fondale che da lontano sembra un cielo stellato. Le prime tre incarnano figlie e mogli di uomini trucidati dai nazisti, le secondo tre sono gappiste che hanno partecipato all’attentato. Ciò che dicono è preso, appunto, da testimonianze reali, di donne vere, con nomi e cognomi, una delle quali è Marisa Musu, che fu mia collega a “l’Unità”.
Il sestetto è variegato e sfaccettato: due donne del popolo, una dell’alta borghesia, tre partigiane comuniste. Tutte racchiudono un punto di vista su quell’infame carneficina, oggetto ancora oggi di velenose polemiche (è recente un’infelice sortita del presidente del Senato, Ignazio La Russa). Per la serie: fu davvero utile al sollevamento di Roma quella bomba e perché i partigiani non si consegnarono? Domande oziose, frutto di congetture e ipocrisie, anche perché il comando tedesco, d’accordo coi fascisti, aveva già deciso di impartire quella punizione “esemplare” in forma di eccidio. Affiorano, dalle voci e dai volti delle sei interpreti, un senso di pena, di dolore acuto, di fierezza e riflessione, anche di sorpresa. “Una rappresaglia così feroce non ce l’aspettavamo, nessuno di noi l’aveva previsto” confessa una partigiana che partecipò all’azione; un’altra, sempre con la pistola nella borsetta, ammette: “Sparare alle spalle non mi sembrava leale, anche il nemico tedesco era un uomo”; la figlia di uno dei fucilati, cresciuta con la madre vedova insieme alle tre sorelle, descrive il corpo mummificato di un uomo che fu appena ferito all’orecchio da uno sparo e morì di fame e stenti in quella fetida oscurità; la figlia di un generale eroe di guerra a Caporetto ricorda che solo grazie a una protesi dentale riuscì identificare quei poveri resti.

“Noi dobbiamo raccontare… raccontare cose”, cioè far sapere come andarono i fatti, non solo ai giovani inconsapevoli o ignoranti. Questo, alla fine, è il toccante messaggio che arriva da “Tante facce nella memoria”. Anche contro ogni deformazione propagandistica in agguato: ieri la becera pretesa dei brigatisti rossi di essere considerati “i nuovi partigiani”; oggi magari l’idea di equiparare i gappisti di allora, che agivano anche in nome degli ebrei rastrellati e gasati nei lager, ai miliziani tagliagole di Hamas.

Michele Anselmi