L’angolo di Michele Anselmi

Mi arriva un messaggino da un amico regista, a proposito di ciò che ho scritto ieri sul film di Paola Cortellesi e di alcun riflessioni altrui pubblicate oggi dando conto dei buoni incassi. Dice: “Se da una parte dimostra il tuo coraggio intellettuale davvero notevole, dall’altra, dato il clima, potrebbe attirarti antipatie e commenti che non ti meriti”. Ringrazio: troppo buono. Ma non credo di possedere un particolare coraggio nel comporre le mie noterelle sui film che vedo e tuttavia nulla m’importa di che cosa pensino le cine-consorterie. Un tempo forse sì, poi quando alcuni uffici stampa, per screditarmi, cominciarono a definire “anselmate” i colpi giornalistici, piccoli o grandi, da me messi a punto, be’ decisi che avrei seguito un unico faro: dire, senza offendere o coloritamente stroncare, se possibile motivando, ciò che penso, anche sui film degli amici e conoscenti.
Come ho ricordato più di una volta, attori, registi, produttori mi hanno tolto il saluto negli anni, ma poi, nella maggior parte dei casi, quel saluto è tornato. Meno male. Non sono vendicativo, se non nei confronti di chi, quando restai disoccupato e con un mutuo da pagare, mi affibbiò appellativi come “verme della terra”, “servo di Urbani” e “puttana di regime”.
Qual è la mia colpa? Fatico sempre più a farmi piacere, e non sono affatto uno snob, i film che piacciono invece a illustri colleghi ai quali va tutta la mia stima e riconoscenza (si ruba sempre da qualcuno). Per dire, solo per restare a casi recenti: “Barbie”, “Hoppenheimer”, “Killers of the Flower Moon”, “Il sol dell’avvenire”, “Felicità”, “C’è ancora domani”… Tre americani e tre italiani, e naturalmente tutti e sei, in diversa misura, custodiscono idee, spunti, intuizioni, trovate, senso tragico o comico, qualità e pregi. Ma non li rivedrei, l’ho fatto solo con il film di Nanni Moretti e m’è parso peggiore della prima volta.
Magari saranno l’età, l’abitudine, la pigrizia, l’abbiocco, la sfiducia, vai a saperlo. Tuttavia se vedo al cinema o in tv qualcosa che mi prende davvero, penso ad esempio alla miniserie western “1883” che danno su Paramount+, poi mi torna la voglia di scrivere e suggerire, sapendo che sempre di consiglio personale si tratta.
Certo è che l’attuale cinema italiano poco mi sconfinfera. Su sei film in concorso alla recente Mostra di Venezia solo uno mi ha interessato davvero, “Lubo” di Giorgio Diritti, che peraltro non è piaciuto quasi a nessuno; e in parte “Io Capitano” di Matteo Garrone, perché lo trovo audace e sensibile anche se non pienamente risolto sul piano drammaturgico. Ma, ripeto, non esiste un’oggettività critica, nessuno dovrebbe fare il direttore artistico dei gusti altrui. Per questo non entro mai nel merito, a meno che qualcuno non m’insolentisca, di ciò che scrivono i critici, patentati o meno.
Ciò detto, messo da parte ogni sguardo estatico, ho un problema estetico con il cinema italiano: mi sembra, in generale, sciatto, presuntuoso, arzigogolato, poco rigoroso, affogato nella musica e nelle canzoni, recitato così così da attori e attrici sempre troppo truccati anche da struccati, affetto da cinefilia e sociologismo, “ideologico” anche quando vorrebbe solo commuovere o far riflettere. Poi ci sono le eccezioni, anche parecchie, e non mi va di fare qui i nomi. Ma vedo un film francese e, in generale, subito percepisco che l’impianto visivo è disciplinato alla storia che si vuole raccontare, sia essa presa dalla vita vera di un operaio o da un feuilleton di cappa e spada; vedo un film italiano e fatico a credere a ciò che vedo, percepisco la finzione, la presenza della cinepresa, il rumore del set, le chiacchiere della troupe.
Sono prevenuto? Sì, lo sono. Perché ho visto troppi film italiani: noiosi o brutti, polizieschi o d’autore, di borgata o dei Parioli. Non vorrei definirli inutili, perché l’utilità è un concetto altamente discutibile e controverso che non m’appartiene, ma tali alla fine sono.

Michele Anselmi