L’angolo di Michele Anselmi
Continuo a pensare che Virginie Efira, belga, classe 1977, sia una delle migliori attrici del cinema francese e non solo. Dovunque la metti funziona: è bella, duttile, credibile sia come manager sia come suora, sia come mamma single sia come sex-symbol, dotata di una presenza che ne fa un’interprete giustamente gettonata. Lo penso sin dai tempi della commedia “Per sfortuna che ci sei”, del 2010, poi rifatta in Italia, ahimé, con Ambra Angiolini al posto di Efira.
Giovedì 9 novembre, è uno degli otto film sulla rampa di lancio, esce “Riabbracciare Parigi”, di Alice Winocour, distribuito coraggiosamente da Movies Inspired. Passato alla Quinzaine di Cannes nel maggio 2022, ha fruttato un César a Efira, e si capisce perché: nei panni della traduttrice simultanea Mia, di origine russa, offre una prova davvero considerevole, lucida e toccante, in bilico tra sindrome da stress post-traumatico e recupero di un’accettabile condizione esistenziale.
Si parla dei massacri islamisti del 13 novembre 2015. Mia, compagna di un chirurgo, donna indipendente che gira su una moto Triumph, si ferma quella sera in un bistrot, “L’étoile d’or”, per ripararsi dalla pioggia scrosciante. Dopo poco entrano i terroristi dell’Isis e compiono una carneficina. Ferita al fianco, si salva per miracolo dalla mattanza, perché qualcuno le ha stretto la mano nascondendosi con lei in uno sgabuzzino. Tre mesi dopo Mia è ancora a pezzi. Ha smesso di lavorare, ha mollato il fidanzato per trasferirsi da un’amica, rivive confusamente i momenti atroci di quella strage.
Capelli biondi raccolti a coda di cavallo, niente trucco, jeans e giubbetto di pelle, la donna prova a mettere insieme dettagli e ricordi. “Mi sembra di essere un fenomeno da baraccone” spiega al compagno Vincent, che pure vorrebbe esserle d’aiuto. Il sostegno arriverà da un’associazione di scampati e familiari delle vittime che si riunisce proprio in quel bar-ristorante. Da lì partirà la sua lenta risalita verso una vita non zavorrata dal terrore e dal panico.
La 47enne regista ha scritto il film partendo dall’esperienza del fratello sopravvissuto, volgendo la storia al femminile. Mia fa amicizia con una ragazza che ha perso i genitori, con un fascinoso manager della finanza che ha subito cinque interventi a una gamba, con una cameriera nera che baciò un turista australiano pensando di dover morire, con una donna che l’accusa di essersi chiusa nel bagno per viltà (e non è vero). Soprattutto, e qui sta il tirante drammaturgico, lei si metta alla ricerca dell’uomo che le tenne la mano in quei momenti concitati e di cui non ricorda le sembianze.
“Se cingalesi, senegalesi e malesi scioperassero di colpo, nessuno mangerebbe a Parigi” sentiamo dire a un certo punto. E certo il film, poco più di 100 minuti, intreccia i turbamenti dei sopravvissuti, le brevi allucinazioni di Mia e le conseguenze umane di uno sfruttamento micidiale nei confronti degli immigrati senza documenti.
“Riabbracciare Parigi”, in originale “Revoir Paris”, pesca nella cronaca più feroce e reinventa percorsi individuali di salvezza, contribuendo a una riflessione su quei fatti che, come suggerisce il collega Roberto Manassero di MyMovies.it, Emmanuel Carrère ha resocontato nel libro “V13” e Isaki Lacuesta nel film “Un anno, una notte”.
Virginie Efira, come si diceva, è davvero brava nel descrivere il baratro psicologico nel quale rischia di sprofondare la sua Mia (ma c’è un lieto fine, a suo modo). Non sono da meno gli altri interpreti coinvolti: da Benoît Magimel a Grégoire Colin, passando per la nostra Maya Sansa.
Io consiglio di andare a vederlo: è uno splendido ritratto di donna ferita e in cerca di sé stessa. Poi so bene che di questi tempi, sul tema, va di moda un altro film, italiano, girato in bianco e nero.
Michele Anselmi