L’angolo di Michele Anselmi 

Tra i sei film italiani in concorso alla recente Mostra di Venezia, “Lubo” era il migliore: secondo me, s’intende. Ma so di essere in assoluta minoranza, tanto più dopo aver scritto che le tre 3 ore e i 26 minuti di “The Killer of the Flower Moon” non si spiegano. Il bolognese Giorgio Diritti, a tre anni dall’intenso e sfortunato “Volevo nascondermi”, il film sul pittore Ligabue che purtroppo uscì nelle sale due giorni prima del lockdown e fu commercialmente bruciato, torna in Svizzera per raccontare una storia a forti tinte che dura tre ore. E a me stavolta non paiono troppe. Esce giovedì prossimo, 9 novembre, con 01-Rai Cinema e mi saprete dire le vostre impressioni se andrete a vederlo.

In originale giustamente girato e parlato in tre lingue (tedesco, italiano, gitano più un pizzico di francese), “Lubo” rievoca una vicenda terribile, atroce, poco raccontata, anche se alla base del copione c’è un romanzo italiano, “Il seminatore” di Mario Cavatore, edito da Mondadori, che Diritti ha un po’ riscritto insieme al suo sceneggiatore Fredo Valla.

La storia è terribile. Siamo in Svizzera. Sul finire degli anni Trenta e oltre, un’istituzione statale sedicente “umanitaria”, la Pro Juventute, il cui braccio operativo era l’Opera Bambini di Strada, per sradicare la presunta piaga del nomadismo cominciò a rubare ai legittimi genitori “jenisch”, cioè zingari, i loro figli: per farli adottare da altri, in modo di disperderli e rendere la comunità gitana inconsistente. In questo contesto viene collocata l’avventura personale di Lubo Moser, un artista di strada (musicista e giocoliere) che all’inizio del film intrattiene il pubblico con la sua famiglia, moglie e due bambini più altri parenti, in una piazza del cantone Grigioni.

Ma i tempi inclinano al peggio: è il 1939, nella vicina Austria è già partita la caccia all’ebreo, e anche la Svizzera mobilita i suoi soldati. Lubo viene avviato al servizio militare obbligatorio per controllare le frontiere nella speranza che Hitler non invada, e intanto sua moglie viene malmenata e uccisa dai gendarmi, mentre i figli piccoli, nel frattempo diventati tre, risultano avviati in qualche collegio, appunto per essere “redistribuiti”.

Lubo è un uomo pacifico e insieme spezzato dagli eventi: disperato, senza soldi, alla ricerca dei suoi bambini, assume l’identità di un commerciante ebreo scappato dall’Austria con ingenti beni, gioielli e denari, e comincia a farsi apprezzare nella società che conta, ben vestito e con tanto di Mercedes, come il signor Reinhardt.

“Ama in lei tutte le donne e ama tutte le donne in lei”: il consiglio della vecchia zingara, riferito alla giovane moglie morta, si trasforma in una sorta di lucida strategia. Come un moderno Don Giovanni, il virile e scaltro Lubo risponde alla brutalità eugenetica con un gesto di segno contrario: inseminare il maggior numero possibile di donne svizzere, se possibile belle, sposate e innamorate di lui. Ma per quanto può reggere il piano senza che qualcuno si insospettisca?
Il film è diviso in tre capitoli, e da questo punto di vista si spiega la pezzatura lunga dei 180 minuti: si comincia nel 1939, appunto; si passa al 1951, dopo la guerra; e infine si arriva al 1959. Il personaggio attraversa quei vent’anni con stoica lucidità, ora assaporando agi e successo, ora vivendo sconfitte e umiliazioni, sino al carcere. A suo modo un cine-romanzone con tratti da feuilleton popolare, anche se Diritti costruisce la sua storia di vendetta personale come un apologo morale sui labili confini tra bene e male, tra verità e menzogne, tra ipocrisia e razzismo.
L’attore tedesco poliglotta Franz Rogowski porta quasi interamente su di sé il peso del film. Baffoni a coprire il labbro leporino, vistoso difetto di pronuncia, sguardo affabile e virile, il suo Lubo è un antieroe malinconico e perdente alla ricerca di una famiglia che ogni volta gli viene negata dagli eventi. Attorno a lui un cast ben scelto di interpreti, tra i quali la nostra Valentina Bellè e gli svizzeri Noémi Besedes e Christophe Sermet.
Alle mie orecchie il sermoncino finale sul rispetto delle leggi scandito da Lubo suona enfatico e didascalico, ma per il resto trovo il film intenso e sobrio, anche avvincente. Per la cronaca: solo nel 1987 la Svizzera avrebbe riconosciuto le proprie responsabilità rispetto all’infame “progetto” e avviato indennizzi alle famiglie “jenisch”.
Un consiglio: fatevi cullare dall’andamento lento del racconto, ancorché nutrito di forti trovate romanzesche, superando se possibile alcune incertezze dell’avvio.
Michele Anselmi