Il Bif&st di Michele Anselmi | 6

Wes Studi è l’unico attore native-american, un tempo avremmo detto “pellerossa”, ad aver vinto un Oscar, sebbene alla carriera, nel 2020. Ha 78 anni, è nato in Oklahoma, è di origini cherokee, ha fatto la guerra in Vietnam, l’abbiamo visto in decine di film, quasi sempre western: penso a “Balla coi lupi” di Kevin Costner, “Geronimo” di Walter Hill, “L’ultimo dei Mohicani” di Michael Mann, Hostiles” di Scott Cooper, ma anche in “Heat – La sfida” sempre di Mann. Insomma uno bravo. Una di quelle facce che non si dimenticano. Ospite del Bif&st per ricevere il premio “Arte e Cinema”, già tre lustri fa era venuto qui per una rassegna sempre diretta da Oscar Iarussi, Studi (pronuncia con la “u”, non ”Stadi”) ha proposto ieri sera, sul palco del Petruzzelli, una performance intitolata “Native Paths” insieme al pianista Emanuele Arciuli, che da tempo s’è dedicato alla difesa della cultura, appunto, dei native-american, del cosiddetto popolo delle Riserve. L’idea? Mischiare versi di poeti “indiani” con partiture composte da musicisti “indiani” (unica eccezione, un brano di John Cage).
«Sono una piuma nel cielo terso, sono un’aquila che gioca col vento, sono la stella più remota, sono la fame del giovane lupo, sono il freddo dell’alba…» ha esordito Studi, parlando in inglese davanti al microfono (con i testi in italiano sullo schermo); mentre Arciuli ha fornito al piano il corredo musicale, non semplice, non prevedibile. «Viviamo in una democrazia eretta sulla terra dei sepolti» ha chiuso l’attore, dicendo per tre volte un «Ricorda» indirizzato, giustamente, all’Uomo Bianco.
Suggestivo? Sì. Politico? Certamente. Magari incastrato con qualche fatica tra le comparsate sul palco, le premiazioni verbose e i discorsi di circostanza. Infatti all’insofferente Pupi Avati, l’altro ospite della serata con il suo nuovo film “Nel tepore del ballo”, è parso normale ironizzare su Studi e Arciuli chiedendo al direttore Iarussi, di fronte a tutta la platea: «Ma almeno li pagate quei due?». Traduzione: c’era bisogno di tirarla tanto per le lunghe in attesa del mio film?
La “spiritosaggine” dell’87enne cineasta bolognese ha introdotto un discreto imbarazzo in sala, almeno così m’è parso. Spero solo che anche gli attori del film, chiamati sul palco accanto al «maestro Avati» (Iarussi dixit), abbiano provato un piccolo senso di disagio.
E veniamo al film, che sarà nelle sale dal 30 aprile con 01 Distribution, ovvero Rai Cinema che coproduce con la società dei due fratelli Avati. Arriva a poco più di un anno da “L’orto americano”, a testimonianza della vitalità creativa del regista, ma qui non siamo in zona horror gotico, bensì nel dramma amarognolo sull’amicizia tradita e le giravolta dell’esistenza. Un flashback ambientato a Jesolo nel 1973 spiega l’antefatto di tutta la vicenda: nasce in ospedale Gianni Riccio, figlio di un noto bagnino locale, la madre muore partorendo, il piccolo viene cresciuto dalla premurosa zia. Ci sono altri due passaggi, uno sempre a Jesolo dodici anni dopo e uno alla Malpensa del 1987 col rimpatrio di una bara, prima che “Nel tepore del ballo” ci porti nella Roma odierna.
Riccio è diventato un famoso conduttore televisivo di successo, uno da ascolti record, vanitoso nel tingersi i capelli e nel vestirsi in modi eccentrici, ma qualcosa sta per succedergli: durante una puntata di “Porta a Porta”, col vero Bruno Vespa nel ruolo di sé stesso, la Guardia di Finanza l’arresta in diretta. Come un novello Tortora, viene esposto al pubblico ludibrio mediatico e spedito a Rebibbia in una cella per quattro. Ne uscirà in attesa del processo, ma ormai è un uomo finito, abbandonato da tutti. Solo un’aggressiva rivale televisiva, detta “la Morta” ma sempre arzilla sul piano dell’audience (una specie di Barbara D’Urso?), è disposta ad averlo nella sua trasmissione “Cuori in diretta”, ma a patto che…
Avati, che ha scritto il copione col figlio Tommaso partendo da un’idea di Marco Molendini, racconta una televisione di “mostri”, in ogni senso (morale per il cinismo e fisico per i ritocchi plastici), facendo via via affiorare una sorta di “fattore umano”, cioè una possibile redenzione del protagonista, forse capace di ritrovare un sentimento nei confronti dell’ex moglie Clara, abbandonata da anni.
«Ormai chi pensa il cinema come lo penso io… be’ siamo una minoranza» ha scandito Avati salendo sul palco del Petruzzelli. Libero lui di pensarlo, ma, senza nulla togliere alla sua vena poetica, al suo stile personale, anche al suo fertile eclettismo, mi pare che “Nel tepore del ballo” non sia una riuscita. È apprezzabile l’uso parsimonioso della musica, colpisce il tono duro e impietoso di alcuni dialoghi, ma la televisione pop e volgarissima di cui si parla, per denunciarne l’abbrutimento commerciale, stinge in un grottesco colorito, urlato, molto sopra le righe, in contrasto col titolo fortemente romantico, elegiaco, che allude invece alla forza di un amore capace di reinventarsi come per miracolo.
Massimo Ghini fa Gianni Riccio, con misura e adesione, ma certo bisogna proprio crederci, essendo l’attore 71enne, che il suo personaggio possa essere nato nel 1973; nell’affollato cast compaiono, tra gli altri, Raoul Bova, Isabella Ferrari, Sebastiano Somma, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Pino Quartullo, rispettivamente nei ruoli del padre miserabile, dell’ex moglie con lo sfratto, del fido assistente che cita Pascoli, della romanesca “belva” televisiva, della zia, del proletario rivale in amore. In partecipazione speciale, oltre a Vespa, Jerry Calà e Pascal Vicedomini nei ruoli, facili, di sé stessi.

Michele Anselmi