La Mostra di Michele Anselmi | 13
Non v’è dubbio che fosse uno dei titoli più attesi del concorso veneziano: “The Room Next Door” di Pedro Almodóvar, il suo primo lungometraggio girato in inglese, protagoniste due attrici del calibro di Julianne Moore e Tilda Swinton, con il rinforzo di John Turturro e Alessandro Nivola. Com’è? Bello, intenso, esteticamente meditato, diciamo un melodramma con la giusta distanza, ma non perfetto: forse perché appesantito da inutili flashback, un eccesso di musica e una trovata finale che proprio non convince.
La malattia torna spesso nei film del 74enne cineasta spagnolo, penso a “Parla con lei” e “Dolor y gloria”, ma qui, sulla scorta di un romanzo della newyorkese Sigrid Nunez, lo sguardo si concentra su un argomento ancor più delicato da trattare: l’eutanasia, il fine vita, il suicidio assistito.
“Una persona deve poter decidere del proprio destino, in certe circostanze, soprattutto quando la vita offre ormai ben poco, forse solo dolore: è una questione di umanità” spiega Almodóvar. E quindi ecco la storia di Ingrid e Martha, due amiche che s’erano perse di vista. L’una è una scrittrice apprezzata appena trasferitasi nella Grande Mela, l’altra una inviata di guerra che ha sfidato molte volte la morte nei contesti più rischiosi. Ma stavolta un cancro alla cervice, non operabile, sembra non lasciarle speranza, nonostante una cura sperimentale. Così Martha propone a Ingrid di aiutarla a morire in un modo “pulito, asciutto, dignitoso”: cioè aspettando nella stanza accanto evocato dal titolo, in una stupenda casa in mezzo ai boschi affittata per l’occasione, che lei, una volta pronta, ingurgiti giù una pillola letale procuratasi in modi illegali.
“The Room Next Door” racconta il riallacciarsi di quell’amicizia femminile e gli ultimi giorni di Martha, finalmente in pace con sé stessa e pronta a chiudere la sua vita, assistita amichevolmente da Ingrid. Naturalmente Almodóvar si distacca da film come “Le invasioni barbariche”, “Miele” o “Bella addormentata”. Tutto con lui diventa più colorato e astratto, anche stilizzato: la tavolozza cromatica esalta i rossi, i verdi, i gialli e i blu; un quadro di Edward Hopper, “Gente al sole”, evoca situazioni reali; e poi ci sono la neve finale di “Gente di Dublino”, gli omaggi a John Huston e Buster Keaton, un riferimento al “triangolo” tra Dora Carrington Lytton Strachey e Virginia Woolf, pure un duro attacco alla nuova destra fondamentalista che vuole limitare i diritti individuali delle persone.
Moore e Swinton, cioè Ingrid e Martha, duettano con grazia, tra soprassalti, battute e sguardi, forse con una punta di istrionismo recitativo che comunque corrisponde al disegno estetico/etico di Almodóvar, ben sorretto dalla fotografia di Edu Grau e dalle musiche di Alberto Iglesias. Il film uscirà il 5 dicembre con Warner Bros. Sarà un successo pre-natalizio.
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A 86 anni ben portati, il francese Claude Lelouch torna alla Mostra di Venezia: per ritirare il premio Cartier Glory to the Filmmaker e presentare fuori concorso il suo 51º film, “Finalement”. Uscirà in Italia il 19 settembre con Europictures, anche se il sottotitolo “Storia di una tromba che si innamora di un
pianoforte”, a causa di una nota battuta che non ripeterò qui, si presta a qualche ironia. Finalmente in una doppia accezione: letterale, come leit-motiv della canzone che ritorna più volte nel film; e simbolica, come se il cineasta di “Un uomo, una donna” sentisse il bisogno di salutare il suo pubblico (non a caso ha precisato: “Si chiama così perché sarà uno degli ultimi”).
Lo so: Lelouch viene considerato da molti critici un regista sorpassato, che fa film sentimentali, sdolcinati, pieni di musica e canzoni, a un passo dal kitsch. Non concordo. Trovo che “Finalment”, sia un film senile ma non vecchio, con il quale, ancora una volta, Lelouch riesce a stare miracolosamente in bilico tra ridicolo e tragico, pervenendo a una tenera riflessione sul tempo che passa e il tempo che ci resta.
Uno strano uomo sulla sessantina, Lino Massaro, molla tutto (moglie, figli, madre, bella casa, carriera forense) per mettersi in viaggio con l’autostop. Racconta cose strane a chi lo prende su, proponendosi come un prete spretato, un maniaco sessuale, un ricercato per omicidio, eccetera. In realtà sono storie prese dalla sua vita di illustre avvocato penalista. Colpito da una malattia degenerativa al cervello che lui ha ribattezzato “La follia dei sentimenti”, Lino vaga come un mite pellegrino tra Mont-Saint-Michel e Avignone, ogni tanto facendo amicizia con donne ben maritate o infelicemente sposate. Bagaglio ridotto al minimo: solo una tromba, comprata in un mercatino, che suona ancora bene.
Bisogna sapere che Lino Massaro era il nome di Lino Ventura nel film “L’avventura è l’avventura”, 1972, diretto proprio da Lelouch; e l’anno dopo sarebbe venuto “Una donna e una canaglia”, dove Ventura amoreggiava con Françoise Fabian. Proprio l’attrice, oggi 91enne, torna in scena nei panni dell’anziana madre del fuggitivo, e come spesso accade con Lelouch, spezzoni e immagini di vecchi film si mischiano alla storia narrata, in un amalgama di allusioni, riferimenti, digressioni, coincidenze, riferimenti storici (qui l’antisemitismo dei francesi e lo sbarco in Normandia del 1944).
“La vita ci rimpiazza dolcemente” dice un verso della canzone che riparte ogni volta dall’avverbio “finalement”, e certo, trattandosi “di una favola musicale” per ammissione del regista, il film va goduto, se piace, come una partitura sui temi dell’amore: tenerella ma non dolciastra, anche autocritica rispetto allo sguardo maschile sulle cose.
L’attore comico Kad Merad si mette al servizio di Lelouch, incarnando questo viandante impiccione e gentile che vorrebbe scomparire nel nulla e invece dovrà riconciliarsi con la vecchia vita da avvocato per compiere un’opera buona. S’intonano al clima generale interpreti come Elsa Zylberstein, Sandrine Bonnaire, Barbara Pravi, appunto Françoise Fabian. Non tutto torna, ogni tanto ci si perde negli andirivieni temporali, certi visi di donna risultano artefatti dai ritocchini: e tuttavia i 127 minuti scorrono lievi, almeno per chi ha ancora voglia di farsi accarezzare dal “regista dell’amore”, che qui a sorpresa omaggia più volte “I ponti di Madison County” di Clint Eastwood.
Michele Anselmi