La Mostra di Michele Anselmi | 14

Prima o poi doveva succedere in questa Mostra peraltro avara di fischi e “buuu!” rispetto a un tempo: l’esodo massiccio dalla sala (la Darsena) è arrivato con “Harvest”, il film in concorso della regista greca Athina Rachel Tsangari. Francamente me ne sarei andato via anch’io dopo una mezzoretta se il senso del dovere non mi avesse trattenuto (e se poi prende un premio?).
Un romanzo di Jim Crace, inedito in Italia, offre lo spunto per dispiegare un apologo storico ambientato in un remoto lembo delle campagne inglesi o scozzesi, anche se luogo ed epoca restano indefiniti. La piccola comunità solidale di un villaggio agricolo è scossa dall’arrivo di un “mappatore” nero ingaggiato da padron Kent, un aristocratico illuminato amico d’infanzia di Walter Thirsk, un uomo di città, colto e sensibile, trasferitosi da quelle parti dopo la morte della giovane moglie.
Chi è quello straniero che fissa sulla carta terreni, coltivazioni, abitazioni, contadini, mare e lago? Il signor Earle sembra buono, ma il suo lavoro non promette nulla di buono: infatti il protocapitalista Edmund, coi suoi scherani di nero vestiti, sta per impadronirsi di quei posti per mettere tutto a pascolo e smembrare quella comunità di agricoltori. Intanto qualcuno ha dato fuoco al granaio di padron Kent e due minacciosi forestieri finiscono sulla gogna (alla ragazza che li accompagna vengono solo tagliati i capelli).
“Dare il nome alle cose è conoscerle” sentiamo dire, ma in realtà tutto è già scritto dalle logiche dello sfruttamento intensivo, infatti la regista spiega che il suo “è un film sulla resa dei conti in un mondo liminale”. Purtroppo l’atmosfera vagamente western è piegata a bellurie estetizzanti e ritmi narcotizzanti, in una dimensione tragicomica che nemmeno la presenza del bravo Caleb Landry Jones, l’anno scorso qui al Lido con “Dogman”, redime dalle esorbitanti pretesa d’autore.
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Al posto di “Harvest” avrei messo in concorso “Maldoror”, un crudo, teso e appassionante poliziesco belga di Fabrice du Welz. Dura 155 minuti ma non guardi mai l’orologio. Qualcuno ricorderà la fosca vicenda del “mostro di Marcinelle”, ovvero Marc Dutroux: negli anni Novanta sequestrò, torturò, violentò e infine uccise sei ragazze tra gli otto e i diciannove anni. E non agì da solo: dietro di lui una fitta rete di potenti pedofili, fino alle alte cariche dello Stato.
Nella finzione il sequestratore intoccabile, protetto anche dalla magistratura, si chiama Marcel Dedieu, e a dargli la caccia è una recluta della Gendarmeria di Charleroi, il giovane e brillante Paul Chartier, con una famiglia disastrata alle spalle, madre prostituta e padre in galera.
Immerso in un Belgio livido e respingente, dove la rivalità insensata tra le tre forze dell’ordine blocca ogni indagine seria, il film ricostruisce i fatti atroci del 1996 puntando sul personaggio straordinario di Chartier: sposato con una ragazza italiana, capace di tenere a mente i numeri di dieci targhe, cresciuto nel mondo della piccola criminalità prima di passare dalla parte dei “buoni”. Il trentenne attore francese Anthony Bajon è prodigioso nel rendere l’ossessione che porta il suo poliziotto incompreso a devastare carriera e affetti pur di arrivare al cuore putrido di quei fatti sconvolgenti. Un noir che non fa sconti, qua e là un po’ “effettato” e virato al rosso, ma di grande suggestione. Anche onesto nel modo con cui raffigura la coesa comunità italiana (la lunga festa di matrimonio sembra presa dal “Padrino”).

Michele Anselmi