L’angolo di Michele Anselmi
L’assillo. Mi pare che risieda in questa parolina, ormai desueta, il cuore drammaturgico di “Berlinguer – La grande ambizione”, il film di Andrea Segre che ha inaugurato stasera la Festa di Roma e dal 31 ottobre sarà nelle sale con Lucky Red. Assillo sta per “stimolo tormentoso che perseguita chi soffre di una grave preoccupazione o di un desiderio assiduo e pungente”.
Il segretario del Pci, narrato in cinque anni cruciali della sua esistenza personale e politica, dal 1973 al 1978, fu certo tormentato dagli assilli: di trarre una lezione da quanto accaduto in Cile, di evitare una spaccatura sociale irrimediabile in Italia, di separarsi progressivamente dall’influenza occhiuta dell’Urss, di elaborare quello che avrebbe definito “compromesso storico”, di rendere i comunisti italiani più sensibili ai temi delle libertà e dei diritti individuali, di far crescere la forza elettorale del Pci per contrattare l’ingresso nell’area di governo, di difendere la democrazia dal fanatismo criminale delle Brigate rosse, di scegliere la cosiddetta “strada della fermezza”, certo opinabile, quando Moro fu rapito.
Temevo un po’ l’impresa: dal trailer emergeva un effetto-sosia vagamente alla Giuseppe Ferrara. Invece non è così. “Berlinguer – La grande ambizione” è un film, per giocare col titolo di conio gramsciano, sicuramente ambizioso, ma onesto, realizzato nel quarantennale della morte con l’idea di raccontare scelte, contraddizioni e ubbie morali di quell’atipico protagonista della storia italiana. Insomma, non un santino, benché Marcello Sorgi abbia da poco dato alle stampe un saggio intitolato “San Berlinguer. L’ultimo capo del popolo comunista”.
Quando morì, l’11 giugno del 1984, Berlinguer aveva solo 62 anni. Sembrava un uomo più anziano, benché così smunto e pieno di capelli. Elio Germano, specializzato in prove rischiose, penso al pittore matto Ligabue, all’attore Nino Manfredi, al mafioso Matteo Messina Denaro, si cala nei panni del “grigio funzionario” in punta di piedi; certo, aiutano il parrucchino, i completi beige un po’ sformati, lo stringersi nelle spalle e l’ingobbirsi, ma più che la somiglianza fisica è soprattutto il lavoro su quella voce inconfondibile, una lieve cadenza sarda cercata con cura, a rendere così vicino e “umano” il suo Berlinguer. “La nostra pazienza è illimitata, ma non passiva e inerte” scandisce in una sequenza (non dirò in che occasione) il segretario del Pci, citando Gramsci. Una frase che illumina bene il carattere dell’uomo.
La ricostruzione di quei cinque anni, secondo la sceneggiatura di Segre e Marco Pettenello con la consulenza storica di Miguel Gotor, non mi pare manichea. Si parte dal 3 ottobre 1973, quando, durante una missione a Sofia, Berlinguer è vittima di un attentato fatto passare per incidente stradale. Si chiude con la morte di Moro, con quella sensazione di sconfitta storica seguita da una confessione toccante, amorosa, messa per iscritto.
E in mezzo? La battaglia sul divorzio sulle prime temuta e la strage di Piazza della Loggia; il XXV Congresso del Pcus con la rampogna di Breznev e il Pci che arriva al 34 per cento; gli incontri delicati con Andreotti e Moro e l’affacciarsi del terrorismo rosso con la sua presa sui giovani; le folle sterminate alle Feste nazionali dell’Unità e le riunioni di partito vecchio stile alle Botteghe Oscure. E poi c’è il versante privato: lui che lava i piatti mentre discute con i quattro figli e la moglie Letizia, una banconota da 50 mila lire nascosta in un libro ma lui non ricorda quale, le troppe sigarette e il vento benefico di Stintino.
Il cinema l’ha spesso evocato, e non mi riferisco solo a “Berlinguer ti voglio bene” di Giuseppe Bertolucci. Penso al documentario “Quando c’era Berlinguer” di Walter Veltroni, a “Esterno notte” di Marco Bellocchio, pure a “La vera storia di Luisa Bonfanti” di Franco Angeli. Ma sicuramente il film di Segre allarga lo sguardo sulla figura di Berlinguer, con empatico affetto, tuttavia senza tacere i nodi irrisolti, le previsioni sbagliate, appunto le ambizioni frustrate, restituendo fedelmente un certo linguaggio (“l’unità delle masse popolari”) che oggi suonerà invecchiato, rituale, retorico.
Per chi come me ha lavorato ventisei anni a “l’Unità” risultano familiari i nomi di alcuni coprotagonisti della vicenda narrata: e cioè Cervetti, Tatò, Barca, Ingrao, Pecchioli, Segre, Cossutta, Iotti, Natta, Terracini, persino il fedelissimo autista Menichelli, in generale dignitosamente resi dai tanti attori scelti, mentre tutti riconosceranno facilmente Andreotti e Moro incarnati rispettivamente da Paolo Pierobon e Roberto Citran.
Poi, so bene, ci si può chiedere se questo fosse l’unico modo per riprendere il discorso su Berlinguer, certo un gigante della politica rispetto ai leader odierni, ma anche un segretario fortemente isolato all’interno del Pci nell’ultimo tratto della sua parabola, prima del malore di Padova. Chi si colloca a destra e dintorni troverà nel film dell’agiografia strumentale, nostalgica o dolciastra; chi ha militato nel Pci probabilmente si commuoverà, non solo nella coda fatta di spezzoni. In ogni caso sono grato a Segre per aver recuperato una ballata di Pierangelo Bertoli che avevo dimenticato, o forse sottovalutato all’epoca”. Il ritornello fa:
“Eppure il vento soffia ancora
Spruzza l’acqua alle navi sulla prora
E sussurra canzoni tra le foglie
Bacia i fiori, li bacia e non li coglie”.
Michele Anselmi