“Longlegs” non sarà il film più spaventoso dell’anno, ma è sicuramente uno dei migliori lavori provenienti dal panorama artigianale cinematografico: gli elementi tradizionali dell’horror sono utilizzati abilmente dal regista, Oz Perkins, per comunicare un messaggio, già inviato tante volte, ma a cui, è evidente, non vogliamo prestare ascolto.
Lee Harker (Maika Monroe) è un’agente del FBI appena entrata nel corpo di polizia federale il cui primo giorno non va esattamente come sperato. La ragazza si presenta al pubblico ombrosa, inizialmente di poche parole e del tutto sola in un mondo nuovo e orribile. E in qualche modo, comunque, instauriamo con lei un rapporto saldo, emotivo, che ci porta a seguire la sua vicenda passo dopo passo, a temere per lei, ma anche a dubitare di lei.
Dall’altro lato, ci viene fin da subito svelato con chi dovrà avere a che fare: Nicolas Cage interpreta Longlegs, un serial killer attivo fin dagli anni ’60 che per trent’anni è riuscito a portare sgomento con i suoi omicidi nello stato americano dell’Oregon. In un’atmosfera cupa, in bilico tra l’autunno – inverno degli anni ’90, si assiste alla caccia al mostro. Ma è davvero possibile catturare il male?
L’utilizzo di citazioni, richiami e rimandi al genere horror nella sua interezza (mondo spiritual – cattolico, Bibbia, esoterismo, rituali, c’è veramente di tutto) è utile a costruire un film totalmente nuovo, ma perfettamente inserito all’interno del cinema post-moderno, che delle citazioni ha fatto il suo marchio di fabbrica.
Il marketing intorno al film, la pubblicità martellante e interattiva (negli Stati Uniti, addirittura, è stato messo a disposizione un numero di telefono a cui chiamare per cominciare ad entrare nel mondo di “Longlegs”) nascondono molto di più: il film, fin dalla sua promozione, non nasconde quasi mai il personaggio di Longlegs. Non è un’attesa del mostro, perché il mostro lo conosciamo già, lo vediamo da solo mentre porta avanti il suo lavoro. Per quanto Longlegs sia inquietante, sia per la sua messa in scena vera e propria, sia per la sua estetica molto simile a quella delle glam rock band, dai Kiss a Marc Bolan fino Lou Reed, ciò che è più disturbante è la cura degli elementi di sfondo.
Il film spaventa per la sua grottesca messa in scena, ma anche per la sua quotidianità straniante, ben piazzata all’interno di certe scene. Non c’è nulla che alcune persone non farebbero, Oz Perkins deve averla studiata bene la nostra società: c’è il lavoro, il post-lavoro, c’è il rapporto familiare nei momenti di riposo e nei momenti lavorativi, durante il giorno si utilizza la macchina, si visitano le persone care, si lavora in negozio o si entra in negozio e si incontrano tante persone strane, a cui facciamo caso solo perché sono strane. Non penseremmo mai che dietro il comportamento assurdo di tutti quelli che ci circondano possa nascondersi in realtà un pluriomicida; e non lo penseremmo nemmeno di quelli che a noi stanno più vicino. Al cinema dal 31 ottobre.
Isabella Bilo