L’angolo di Michele Anselmi
Chissà che cosa ha spinto due fuoriclasse del cinema francese come Yvan Attal e Mathieu Kassovitz a girare, solo come attori, “La storia di Patrice e Michel”, strano film scritto e diretto da Olivier Casas. Probabilmente la dolorosa vicenda umana che nutre la vicenda davvero accaduta nella Francia del secondo dopoguerra, una delle tante, se è vero che in quel periodo più di un milione di bambini, poi detti «i figli perduti», restarono senza casa.
Il titolo originale del film, che esce oggi giovedì 6 marzo con Movies Inspired, recita “Frères”, fratelli, e tali sono Patrice e Michel. Abbandonati dalla madre sventata, troppo presa dai suoi amorazzi, i due ragazzini hanno rispettivamente sette e cinque anni nel 1948. Sembrano crescere sereni in una casa provvisoria dalle parti di La Rochelle, ma per loro si prepara il peggio: di fronte al cadavere impiccato del proprietario suicida, entrano nel panico, temono di essere puniti e scappano nella foresta, dove si abituano a vivere alla macchia, infreddoliti e affamati, un po’ come “il ragazzo selvaggio” di Truffaut. Vi resteranno sette anni, nella più totale indifferenza delle istituzioni.
«La nostra fuga non aveva sconvolto nessuno» scandisce l’io narrante di Michel, il più piccolo dei due. Lo ritroviamo molti anni dopo, ormai adulto, sposato, padre e architetto di successo, mentre sta lavorando a un progetto ambizioso. Ma una telefonata gli annuncia che il fratello Patrice, il quale dirige una clinica medica, s’è reso irreperibile dopo aver recuperato il passaporto. Solo Michel ipotizza la destinazione: nel cuore del Canada francofono, in una foresta simile a quella della loro infanzia avventurosa, e lì lo troverà, dentro una baracca di legno, deciso a non tornare alla vita di prima.
Ho raccontato solo una porzione minore della storia, che si muove avanti e indietro nel tempo, mostrando il legame indissolubile, simbiotico, ossessivo, che unisce i due fratelli cresciuti dovendo fare tutto da soli, senza tepore familiare, senza gesti d’affetto, sempre in fuga per cercare cibo, abiti e riparo dal freddo.
«Non si può trattenere in eterno qualcuno che vuole partire» è la frase cruciale che risuona in questo film difficile da catalogare. Certo sono le parti ambientate oggi, anche se proprio oggi non è, a interrogare la coscienza dello spettatore: Patrice e Michel, ovvero Kassovitz e Attal, continuano a comportarsi da adulti come fecero da bambini, guardandosi le spalle a vicenda, disposti a mollare tutto pur di non ritrovarsi separati un’altra volta.
Non dirò come va a finire, me uno dei due veri fratelli, oggi 78enne, appare nell’ultima inquadratura, forse finalmente in pace con sé stesso e il suo passato.
Per i miei gusti c’è troppa musica spalmata dappertutto in “La storia di Patrice e Michel”, anche se non stona quella vecchia canzone di Joan Baez, “Diamonds and Rust” che echeggia in sottofinale; e qualcosa non torna sul piano drammaturgico, fors’anche a causa di un certo eccesso di retorica. Una sorta di enigma esistenziale sostanzia la fratellanza in questione, così accanita e totalizzante, tale da spezzare le famiglie, al pari di una maledizione; ma a quanto pare le cose andarono proprio così e non resta che prenderne atto.
Michele Anselmi