L’angolo di Michele Anselmi
Meditare su una scelta estetica/drammaturgica fa sempre bene. Spiega Valerio Mastandrea in un’intervista pubblicata qualche settimana fa da “La Lettura”: «Il film che ho portato alla Mostra di Venezia aveva una parte che non ho mai considerata giusta per il racconto, ma mi dicevo che serviva per dare un po’ di respiro al pubblico. Poi ho riflettuto e l’ho levata». Bravo. La sequenza in questione, raffigurante un traghetto dei morti condotto da una specie di moderno Caronte, era inutilmente simbolica, didascalica e insistita. Ha visto giusto nel toglierla dopo l’anteprima settembrina nella sezione Orizzonti.
Giovedì 27 marzo, con Bim, esce “Nonostante”: secondo film da regista di Mastandrea dopo “Ride”, del 2018. I vivi e i morti tornano anche qui, e certamente non maneggia un argomento facile questa storia scritta insieme ad Enrico Audenino, quasi proseguendo una riflessione intima legata alla malattia, agli effetti di essa sul corpo e la mente.
La dimensione realistica s’attenua quasi subito, lasciando che lo spettatore s’abitui un po’ alla volta ai movimenti del protagonista, incarnato dallo stesso Mastandrea. L’uomo, elegantemente vestito, s’aggira per un ospedale come fosse a casa sua, ormai pratico degli ambienti, quasi non visto da medici e infermieri. Chi è e perché qualcuno che gli somiglia è steso su un letto, forse da anni, in coma profondo?
Come sospesi, rinchiusi in una sorta di purgatorio nel quale parlano, scherzano, corrono, litigano, i personaggi, sostanzialmente due uomini e due donne, aspettano di capire che cosa sarà di loro: se torneranno alla vita vera, con le loro facoltà, o se li aspetta il definitivo verso il regno dei morti.
Non si può raccontare troppo di “Nonostante”, secondo Mastandrea «una preposizione che si fa sostantivo», perché il film si muove su un terreno fortemente simbolico, di dolorosa evanescenza, quasi ectoplasmatica: basta un alito di vento, una piccola corrente, per scuotere e trascinare via quelle creature leggerissime (sarà un omaggio a “21 grammi” di Alejandro González Iñárritu?).
A tratti “Nonostante” sembra un film di Paolo Genovese, e del resto l’attore ha recitato con ruoli di spicco sia in “The Place” sia in “Il primo giorno della mia vita”. Può darsi che qualcosa di “Fantasmi a Roma” di Antonio Pietrangeli torni qua e là, in chiave di suggestione emotiva, anche se Mastandrea-regista indugia e impreziosisce, tra passeggiate, svolazzi, sguardi, corse pavide, dialoghi meditabondi, poteri quasi magici, canzoni ad ogni attacco di scena (pure una strana cover della gucciniana “Noi non ci saremo”).
«Siamo tutti senza speranza» sentiamo dire a un certo punto. Ma il pessimismo esistenziale si combina invece a un sentimento di speranza che affiora tra i discorsi e gli sguardi, la rabbia e l’impotenza, in un costante sdoppiamento di sé.
Benché accolto da molti critici come un piccolo capolavoro, “Nonostante” a me sembra un film ambizioso e irrisolto, dalla drammaturgia periclitante, più poetizzante che poetico, e tuttavia attraversato da un palpito romantico sincero che alla fine lascia un segno. Lo si vede anche nella prova degli interpreti, ben scelti: Mastandrea gioca in casa, accanto a lui Dolores Fonzi, Lino Musella, Laura Morante, Giorgio Montanini, Justin Alexander Korovkin; più Barbara Ronchi, Luca Lionello, Lele Vannoli, Stefania Orsola Garello e Umberto Contarello in ruoli minori.
Michele Anselmi